Ci sono due chiavi di lettura per tentare di decifrare la simil-crisi che agita Palazzo Chigi e frena l’azione di governo: una strettamente politica, l’altra più profonda di carattere istituzionale. Una situazione generata principalmente dalle tante debolezze dei partiti della maggioranza, il cui peso parlamentare non rispecchia la geografia elettorale del Paese.

Per diverse e contrastanti motivazioni tutti temono le urne. Su una cosa concordano: niente sarà come prima, cioè come oggi. In questa palude cerca di ritagliarsi un ruolo, sgomitando, Matteo Renzi. Sta giocando la partita della vita: se fallisce sarà un fallimento definitivo, questa volta senza appello. Il prossimo 11 gennaio compirà 46 anni, legittimo (per lui) pensare che sia un po’ prestino per diventare un ex. A dire il vero aveva annunciato il ritiro dalla politica se avesse perso al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016: gli italiani hanno seccamente bocciato la sua riforma. Invece si è preso soltanto una pausa, poi è riapparso. Per questo, quasi sicuramente, il suo obiettivo non è quello di avere qualche poltroncina in più. Oltretutto perseguendo un’altra strategia, altrettanto sicuramente l’avrebbe già ottenuta. Sta portando avanti una partita più grande: aspira a diventare il leader del centro moderato, quel ruolo svolto da Silvio Berlusconi per circa un ventennio. Un centro moderato al quale agganciare la Lega o parte di essa, almeno quella più “moderata” e parte del Pd, almeno i ” piddini” più a “destra”. Mentre Renzi, nei giorni scorsi, al Senato picchiava duro sul premier, al punto che tutti i commentatori e non solo, l’hanno interpretato come un preavviso di sfratto, Matteo Salvini ha aperto per un possibile governo di unità nazionale. O qualcosa di simile. Al di là delle parole e delle formule, in sostanza ha mandato a dire che è uno della partita. Difficile pensare a una pura coincidenza. Così, pure, è alquanto legittimo il pensare ad azioni sincronizzate con Berlusconi che un giorno sembra puntellate il governo, il giorno dopo sembra volerlo affossare.

Ovviamente questa è una semplificazione estrema del quadro politico, senza dubbio ci sono altre variabili e concause. Ma è sufficiente per decifrare comportamenti e ambizioni dei diversi attori. In tempi normali questo farebbe parte del “normale” gioco delle forze politiche. Ma perché tirare la corda nel pieno della seconda ondata della pandemia, forse peggiore della prima, con il suo drammatico bollettino quotidiano di lutti e sofferenze? Perché in ballo c’è la mega torta di euro in arrivo dall’Europa. Ma Renzi, verrebbe da pensare, è già al tavolo. Sì, ma da commensale. Invece lui vuole il posto da capotavola. Come ha detto Debora Serracchiani, una sua fedelissima quando brillava la stella di Rignano, il giorno dopo la sua uscita dal Pd: “Lui vuole essere sempre il capoclasse, sempre davanti a tutti”. In effetti il suo problema è questo: l’eccesso di ambizione. Come insegna Machiavelli, l’ambizione è una dote per un politico. E’ una forza morale indispensabile per affrontare le tempeste quotidiane, più personali che politiche. E’ come una corazza. Ma un eccesso di ambizione diventa una corazza troppo pesante, così da far perdere lucidità e capacità di movimento.

La vicenda personale di Renzi interesserebbe ben poco, al di là dei suoi seguaci, oggi non molti di più dei famosi “25 lettori” di manzoniana memoria, se non fosse la preoccupante spia di una crisi istituzionale sempre più profonda. Renzi accusa Conte di snobbare il Parlamento che rappresenta la volontà popolare. Eppure è a capo di un partito e di gruppi parlamentari senza alcuna legittimità elettorale. Il nocciolo della crisi istituzionale è la mancanza di sostanziale legittimità popolare del parlamento: deputati e senatori non sono un’espressione autentica del territorio, ma una claque per il capitano di turno. Non serve un sondaggio per certificare che la stragrande maggioranza dei cittadini non conosce i nomi degli eletti del proprio collegio.

Luigi Ingegneri