Chi si prende cura degli anziani fragili?

L’invecchiamento della popolazione, accompagnato agli altri grandi cambiamenti sociali, economici e culturali, pone delle sfide senza precedenti al nostro sistema di welfare; tra queste vi è il sostegno alla domiciliarità degli anziani che non riescono più a gestire le attività della vita quotidiana in piena autonomia. Se guardiamo alle possibilità di supporto offerte dal sistema pubblico di assistenza agli anziani in Italia, si nota immediatamente che è decisamente sbilanciato sull’erogazione di prestazioni economiche e si rivolge quasi esclusivamente agli anziani in condizioni di totale non autosufficienza.

L’organizzazione dell’assistenza pesa quindi principalmente sulla famiglia che vi deve far fronte con le proprie risorse umane ed economiche, anche se le nuove strutture demografiche e culturali che ha assunto rendono sempre più difficoltoso mantenere questo ruolo di “pilastro” nell’assistenza agli anziani. Mentre le reti di supporto informale si fanno più lasche, i bisogni della popolazione anziana crescono sia in termini quantitativi che qualitativi. Le risorse pubbliche si sono sempre più concentrate sugli anziani non autosufficienti e anche i servizi domiciliari istituiti per anziani fragili e solo parzialmente autosufficienti – in particolare il Servizio di Assistenza Domiciliare dei Comuni – hanno perso quasi totalmente le funzioni di prevenzione e promozione della salute. Manca totalmente l’anello di congiunzione tra gli interventi di invecchiamento attivo, rivolti ad anziani attivi e in salute, e quelli a supporto degli anziani non autosufficienti.

Vi è quindi una zona grigia – in quanto dai confini scarsamente definiti – che rimane scoperta e che comprende i cosiddetti “anziani fragili”, ovvero coloro che – pur mantenendo un discreto livello di autonomia – si trovano in una condizione di salute precaria che li espone maggiormente ai rischi della non autosufficienza e non solo. Essi, infatti, hanno necessità di assistenza “leggera” (es. disbrigo di faccende domestiche, sorveglianza nell’assunzione della terapia, consegna pasti) e di monitoraggio dello stato di salute. Inoltre rischiano spesso la solitudine e l’isolamento e tutti gli effetti negativi che questi hanno dal livello emotivo a quello cognitivo e motorio.


Soluzioni cercansi: il progetto La Cura è di Casa

La necessità di individuare delle soluzioni applicabili a livello locale per il supporto alla domiciliarità di anziani fragili ha portato ad analizzare in questo working paper ( CLICCA QUI )  le dimensioni innovative e le strategie del progetto La Cura è a casa ( CLICCA QUI ), promosso da un’ampia rete di soggetti pubblici e privati nella provincia del Verbano Cusio Ossola (Vco) e di sette comuni dell’Alto Novarese. È attivo dal 2016 quando si aggiudica il finanziamento della Fondazione Cariplo sul bando “Welfare in Azione” con l’obiettivo di offrire agli anziani del territorio servizi assistenziali leggeri, iniziative di prevenzione e invecchiamento attivo. Come ricostruito più diffusamente nel paper, l’aspetto di maggior interesse non risiede tanto nell’aver creato un “pacchetto di servizi” che risponde ai bisogni degli anziani fragili, ma nell’averlo fatto sperimentando e mettendo a regime un nuovo modello di collaborazione che coinvolge attivamente i diversi attori della comunità. È l’innovazione dei processi di governance, organizzazione e gestione delle risorse umane e finanziarie che rende l’esperienza un utile esempio, anche per altri territori, di quali strategie si possano adottare per integrare e completare la filiera di interventi a supporto della domiciliarità.


Una nuova cultura organizzativa

Mettere allo stesso tavolo i Consorzi che hanno in gestione i Servizi sociali, le Residenza Sanitarie Assistenziali, l’Azienda Sanitaria Locale, organizzazioni di volontariato, Fondazioni erogative per la progettazione e gestione dei servizi de La Cura è di Casa costituisce innanzitutto una grande novità per la provincia azzurra. Questi soggetti erano abituati a lavorare separatamente e proprio la mancanza di forme di coordinamento e integrazione contribuivano a rendere l’offerta di servizi di welfare per gli anziani ancora più frammentata.

La ricerca presentata nel paper mira a mettere in evidenza come il progetto abbia promosso una cultura organizzativa che scompagina alcuni schemi di lavoro e i ruoli legati all’appartenenza istituzionale e assume quale priorità la risposta ai bisogni insoddisfatti degli anziani fragili. A fianco alla cabina di regia pubblica, con ruolo di coordinamento, management e rendicontazione, vi è l’assemblea dei partner che riunisce il livello dirigenziale dei vari soggetti coinvolti e assolve alle funzioni di monitoraggio, progettazione e programmazione, distribuzione e allocazione del budget. A livello operativo il progetto ha introdotto due figure professionali appartenenti a partner pubblici e privati, il network manager e il care planner, che operano in ognuna delle otto aggregazioni territoriali in cui è stato suddiviso il territorio della provincia per intercettare potenziali beneficiari e offrire loro un programma di supporto personalizzato. La struttura di governo e organizzazione del progetto è stata quindi pensata per far lavorare insieme professionisti pubblici e privati dalla costruzione delle strategie più generali fino alla progettazione del singolo percorso di accompagnamento.


Completare l’offerta a supporto della domiciliarità

Oltre alle risorse formali dei soggetti, le azioni progettuali cercano di mettere a sistema e attrarre le risorse informali della cittadinanza in un’ottica di welfare di comunità, attraverso azioni di people raising e fundraising. Si promuove in tal modo una responsabilizzazione diffusa rispetto ai problemi e ai bisogni della comunità e si favorisce l’integrazione e la contaminazione tra competenze. La collaborazione sinergica dei diversi partner e il coinvolgimento della cittadinanza in attività di volontariato hanno permesso di offrire un pacchetto di interventi “leggeri” che prima non c’erano o venivano erogati in maniera frammentata. È nel lavoro di connessione, coordinamento delle risorse pubbliche e private e nell’attivazione e introduzione di nuove risorse che si è innovata l’offerta di servizi. È stata quindi rafforzata e integrata la filiera degli interventi a supporto della domiciliarità che non ha come “porta d’ingresso” il Servizio di Assistenza Domiciliare, ma iniziative di prevenzione e invecchiamento attivo a cui seguono attività di supporto a bassa soglia per anziani fragili per promuoverne la salute e la qualità della vita. La Cura di Casa offre quindi risposte diversificate per anziani attivi e in salute (ad esempio, corsi di ginnastica dolce, passeggiate, eventi culturali e di socializzazione) e per coloro che sono in una situazione di maggiore vulnerabilità (come disbrigo di faccende domestiche, movimentazione attiva, consegna pasti).


Punti di forza e di debolezza

Il progetto – si argomenta nel working paper ( CLICCA QUI ) – sperimenta con successo un modello di collaborazione in cui il soggetto pubblico e il Terzo Settore co-progettano e co-gestiscono un’offerta di servizi che integra assistenza formale e informale. Introduce così e dà attuazione a logiche organizzative di integrazione a più livelli che sono tanto auspicate quando sfidanti e di complessa implementazione, perché non possono seguire procedure standardizzate ma devono essere progettate con nel sistema di welfare locale, e richiedono importanti investimenti in termini di tempo, competenze professionali e risorse economiche. Nella prospettiva di dare solidità ai servizi introdotti, passando dalla logica del progetto a quella di servizio, emerge infatti la necessità di rendere più snello ed efficiente il funzionamento del sistema di governance e l’organizzazione.

L’altro elemento cruciale è la sostenibilità economica di questa progettualità che, per quanto si sia fin dall’inizio adoperato nella ricerca di numerose e diversificate fonti di finanziamento, mette a rischio la sua continuità nel momento in cui le risorse che ne hanno dato avvio finiscono. A oggi, l’aggiudicazione di nuovi bandi permette di mantenere alcune azioni ma il problema di portare a regime questa tipologia di interventi rimane. Di qui la necessità di rendere conto del loro valore attraverso un’attenta valutazione degli effetti che possono avere sia in termini di salute che di risparmio economico, operazione che però è possibile solo su un arco temporale di medio-lungo termine, in una situazione quindi di stabilità e continuità. Infine, la presenza di un sistema di valutazione di questo tipo faciliterebbe anche l’integrazione con la sanità che, concentrando le sue attività di prevenzione ad altre fasce di età, fatica a riconoscere le potenzialità di questi interventi a bassa intensità assistenziale.


Uno stimolo per riflessioni più ampie

L’analisi del progetto La Cura è di Casa mette in luce come e con quali strumenti operativi è possibile costruire quella prima parte di filiera a sostegno della domiciliarità che rischia di essere lacunosa o assente proprio per l’aumento dei bisogni legati alla non autosufficienza. Allo stesso tempo la sua capacità di trasformare i processi e le relazioni tra i soggetti territoriali stimola una riflessione più ampia sull’organizzazione locale delle riposte a sostegno della domiciliarità, sulle sinergie e collaborazioni possibili tra attori istituzionali e con la cittadinanza stessa.

Ester Gubert

 

Pubblicato su Percorsi di Secondo Welfare ( CLICCA QUI )

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