La libertà è un bene del tutto particolare di cui si può fruire non come fosse un qualunque oggetto di consumo, bensì solo nella misura in cui si concorre attivamente a costruirla per sé e per gli altri. Ed è questo il motivo insuperabile per cui la democrazia, in quanto ordinamento che garantisce la libertà, non può che essere rappresentativa e parlamentare. Cioè, la libertà può essere garantita solo in un contesto politico-istituzionale che consenta, ed anzi pretenda, una partecipazione personale, responsabile ed attiva al discorso pubblico ed alla vita civile e politica del proprio Paese. Si tratta, infatti di un bene vitale, che non viene consumato e via via impoverito dall’uso, ma, al contrario, tanto più cresce e si incrementa, quanto maggiormente lo si esercita.

Si possono invocare tutte le ragioni che, in termini di efficacia o di stabilità, possono suggerire modalità più o meno esplicite di democrazia diretta, in qualunque modo ispirate a forme di personalizzazione della politica, ma, in realtà, alla prova dei fatti, nessuna di queste regge. Storicamente, non si conoscono esperienze che, pur con tutti i limiti insuperabili che vanno messi in conto, possano ritenersi “democratiche” e partecipate che non si attengano ai valori ed ai criteri della democrazia parlamentare, nel senso proprio del termine.

Un altro argomento spesso addotto a favore del superamento della democrazia rappresentativa concerne la presunta necessità di “semplificare” il contesto sociale in cui si agisce. Non vi sarebbe alternativa all’ inderogabile esigenza di ridurre la ricchezza plurale e disarticolata della società “complessa”, se non affidandone la sintesi ad un “uomo
carismatico”, che la ottenga fecondando quel tanto o quel poco di analisi oggettiva della situazione data che sa produrre, con la sua soggettività, ovviamente incontrollabile, spesso torrenziale, nella quale è comunque dominante il tono “emozionale” di tale vero o supposto leader.

Insomma, ci si fida e ci si affida, si accantona volentieri la propria capacità critica e la propria autonomia di giudizio e ci si intruppa, allineati e coperti, nella scia del “capo” che, paradossalmente, a sua volta, è catturato da questo circuito infernale e, se non altro per essere sempre chiaramente riconoscibile, è costretto ad irrigidirsi comunque in una divisa, fosse pure un “doppiopetto” d’ordinanza. Quando poi questo meccanismo, che salta ogni intermediazione e si fonda su un rapporto diretto, quanto impari ed asimmetrico tra il capo e la nudità del semplice cittadino, si verifica in una stagione storica particolarmente difficile ed indecifrabile – ad un esempio in una fase di transizione che muta i paradigmi e le categorie interpretative di uso consolidato – il leader carismatico viene addirittura sublimato nella figura dell’”uomo del destino”, cioè il vate che assorbe ed attesta la temperie storica del momento.

Il passo al “dictator” – sia pure inteso nel senso non spregiativo dell’ antica Roma repubblicana – è breve e, può essere, perfino, ai più inapparente, nella misura in cui, compromessa la sostanza, può essere fatta salva la forma dell’ordinamento democratico. Peraltro, va pure considerato come succeda che all’ involuzione ed alla crisi della democrazia concorra, spesso, quella che potremmo chiamare una certa forma di “desistenza” da parte dei cittadini, una sorta di inerzia o di ignavia pericolosa.

La libertà e la democrazia hanno un prezzo, esigono un impegno personale – si potrebbe dire addirittura una certa ascesi, cioè un lavoro su di sé – sul piano morale e su quello mentale e cognitivo, sul piano psicologico ed emozionale.
Insomma, esigono una vera e propria “fatica”, della quale talvolta si può essere indotti a voler fare a meno.
Senonché, la libertà non è davvero tale, neppure se un “Capo” illuminato e benevolo ce la scodellasse nel piatto, gratuitamente e pronta al consumo. Attiene la complessiva dimensione “esistenziale” del soggetto. E’ e dev’essere pur sempre una conquista della “persona”, mai compiuta una volta per tutte.

E della quale va esplorato l’ essenziale profilo interpersonale e sociale. Siamo attori e responsabili non solo della nostra individuale libertà, bensì pure di quella altrui, nell’ orizzonte collettivo della comunità cui si appartiene.

Domenico Galbiati