E’ necessario sostenere la lotta di resistenza del governo e del popolo ucraino anche con l’invio di armi. Va prontamente risolta, con l’intervento e la garanzia dell’ ONU, la questione del grano. Va subito adottata la candidatura dell’Ucraina a membro dell’ UE – questione eminentemente politica e non meramente regolamentare – a costo di accelerare anche le procedure in corso per i Paesi Balcani. Va decisamente percorsa la via diplomatica alla pace. La pace può essere sancita solo alle condizioni poste dal paese aggredito. Non vi sono da parte russa disponibilità che, per ora, consentano di sperare in un percorso di pace.

Giovedì scorso a Kiev, con Macron e Scholz ed in loro presenza – ed, a quel che si apprende dalla stampa, avendo promosso il loro più o meno sofferto consenso – Draghi ha ripetuto, né più né meno, quanto va dicendo da febbraio a questa parte, prima e dopo l’incontro con Biden a Washington. Parrebbe che Macron abbia smesso di arrampicarsi sugli specchi di una improbabile “confederazione” di cui francamente non si comprendeva esattamente la ratio.

Forse una sorta di sovrastruttura da anteporre all’UE, affidandole quel compito di unificazione politica che quest’ultima non essendo in grado di perseguire in proprio, dovrebbe, se non dismettere, delegare a questa nuova impalcatura istituzionale. Probabilmente con l’intento – almeno da parte del nuovo attor giovane impegnato a recitare l’eterna “piece” della “grandeur” transalpina – non tanto di soccorrere l’Ucraina, quanto di proporsi come meritorio mallevadore di una nuova apertura dell’ Europa alla Gran Bretagna, dopo il disastro della Brexit.

Nel contempo, Scholz forse ha smesso di giocare a mosca cieca, cercando a tentoni, tra promesse e disattese, di togliersi dall’impiccio di un impossibile equilibrio tra botte piena e moglie ubriaca. Insomma, l’ “Italietta” di Draghi ha fatto la sua parte, con dignità e con onore. Adottando una posizione che alla fermezza associa lungimiranza strategica e soprattutto ristabilisce un nesso tra queste due categorie ed un impegno morale cui la politica non deve e non può sottrarsi.

Draghi, senza strappi e senza strepiti, senza concedere nulla ai pruriti di Conte ed alle obbligate alchimie di Salvini, va avanti per la sua strada. A dispetto dei russi che, in fondo, hanno ragione di prendersela con la stampa del nostro Paese … dato che, in definitiva, la figura dei “minchioni” la fanno loro che si erano forse illusi di aver individuato gli interlocutori giusti che, diciamo così, opportunamente sostenuti, avrebbero allineato il nostro Paese alle loro posizioni.

Ad ogni modo, appare fin d’ora evidente come, perfino a prescindere e comunque oltre la guerra in corso nel cuore dell’ Europa, nel nostro Paese – ed il prossimo confronto elettorale farà bene a tenerla in gran conto – si apre una riflessione, a larga raggio, in ordine alla nostra collocazione internazionale tra un “nuovo” atlantismo ed una consolidata vocazione europea.

La quale è, oggi, chiamata a declinarsi secondo una nuova consapevolezza del ruolo geopolitico che ci compete, in quanto dirimpettai “mediterranei” del continente africano. Considerando, altresì che contrariamente ad altri momenti della nostra storia, i temi della politica internazionale non possono più essere riservati ai gruppi dirigenti della classe politica, ma devono diventare patrimonio comune e condiviso dalla generalità degli italiani.

Domenico Galbiati