Il secondo turno delle presidenziali francesi, che si terrà tra due settimane, vedrà dunque ancora una volta un duello dall’esito scontato tra il Presidente uscente Emmanuel Macron  e l’eterna sfidante, ed altrettanto eternamente perdente, Marine Le Pen. Non sarà quindi uno spettacolo molto appassionante, né uno spettacolo nuovo. Anzi, così come quello tenutosi ieri, domenica 10 aprile, si tratterà di un déjà vu; di uno spettacolo visto e rivisto.
Perché è cosi che si svolge in Francia il processo elettorale. La cosiddetta “France d’en haut”, l’establishment – dopo spareggi che, come mostrato nel caso di François Fillon,  si svolgono su altri campi di battaglia che non quello elettorale – partorisce un candidato. E questo viene sfidato dalla  “France d’en bas”, cioé le forze che si presentano come anti-establishment, ma che sono altrettanto, se non più, radicate nella struttura sociale dell’Esagono.   Il tutto nella perfetta consapevolezza del fatto che nulla cambierà mai. Almeno, non attraverso il meccanismo elettorale; come è nella memoria di chiunque abbia oggi meno di ottant’anni
L’ipotesi che questo collaudato e lubrificato meccanismo “democratico” potesse, nella primavera del 2022, non funzionare, o essere disturbato da eventi esterni era ovviamente resa un po’ più credibile del solito dalla guerra in atto tra Russia e Ucraina. Anche se i temi interni sembravano aver  predominato durante tutta la campagna elettorale, un elemento di obiettiva imprevedibilità era costituito dal fatto che il conflitto europeo si fosse manifestato in tutta la sua brutalità proprio nei giorni decisivi. Proprio nei giorni in cui si “cristallizzavano”, per dirla alla francese, le intenzioni di voto della maggioranza del corpo elettorale.
Le violente trasformazioni in atto nell’ordine nato dopo la Seconda guerra mondiale facevano infatti pensare che, per una volta, la straordinaria continuità interna, politica e soprattutto socio-economica che – in contrasto con una certa instabilità istituzionale – caratterizza la “Sorella latina” potesse essere disturbata da eventi esterni al perimetro dell’Esagono.
Due elementi che, nell’ottica francese, non possono non essere considerati importantissimi sono infatti chiaramente emersi nell’ultimo mese dal fumo e dalla nebbia della guerra. Il primo – ed è questo un elemento cruciale agli occhi dei francesi – è stato il fatto che Berlino si sia rivelata pronta a compiere uno scatto estremamente tempestivo non appena si è presentata l’occasione per giustificare un piano di riarmo, e per giunta un riarmo che farà della Germania – dopo gli USA e la Cina – il terzo paese al mondo per spesa militare. E questo in simmetrica coincidenza con il secondo elemento: il fatto che la Russia post-sovietica abbia dimostrato di essere molto più debole – militarmente e diplomaticamente – di quanto non si immaginasse.
Ora, sono questi elementi che non possono essere presi alla leggera, specialmente dal punto di vista dei Francesi. Perché Berlino e Mosca, la Germania e la Russia sono, nell’affollato firmamento della politica internazionale, due stelle di prima grandezza, nella cui posizione relativa Parigi ha buone ragioni di continuare a leggere il proprio destino. Perché i Francesi, e con loro gli Americani, non hanno mai smesso di guardare con attenzione, e con un certo disagio, agli umori che dominano ad Est del Reno, e contemporaneamente a considerare come a un positivo fattore di equilibrio i complicati rapporti della Germania con il mondo slavo, e con la Russia in particolare.
Questi rapporti – sinora assai buoni, forse anche troppo buoni – hanno subìto, con l’uscita di scena di Angela Markel, e con la disputa sulla questione del gasdotto Nord Stream 2, uno scossone non da poco. Ed hanno improvvisamente gettato un rarissimo fascio positivo di luce sulla scelta per l’energia nucleare e contro gli idrocarburi fatta da Parigi già al termine della Seconda guerra mondiale. Scelta – sarà opportuno ricordare – che non investe solo il lato della produzione di elettricità, ma anche quello degli armamenti, dato che lo sforzo di ricerca e di investimento compiuto da Parigi risulta economicamente tollerabile solo se produce effetti positivi in entrami i campi.
Da sempre, insomma, e in realtà anche nella presente epoca della retorica europeista come “pensiero unico”, Parigi guarda a Mosca come ad un naturale alleato per compensare, almeno in parte lo squilibrio di forze e di dinamismo esistente tra la Repubblica francese e la Nazione tedesca.
Ancora oggi gli appassionati della serie “les histoires d’amour dans l’histoire de France” si domandano  come sarebbe stata la storia d’Europa se Napoleone, non fosse caduto nella trappola appositamente per lui preparata da Metternich, e non avesse sposato la figlia dell’imperatore d’Austria, naturale nemico della Francia. E se avesse iniziato la dinastia che egli sognava di creare sposando la figlia dello Zar di tutte le Russie, e sigillando così un’alleanza che avrebbe stritolato i Tedeschi e le loro ambizioni.
E non è percuò dovuto al  caso che Macron durante tutta la fase cruciale della campagna elettorale, che ha coinciso con lo scontro, sulla pelle degli Ucraini, tra l’Occidente e la Federazione russa, non abbia mai smesso di tenere quotidiani contatti con Putin. Come non è un caso che Macron si sia voluto distinguere dal partito che tenta di bollare i Russi come il “male assoluto”. E che perciò abbia, poco prima che i Francesi andassero alle urne, rivolto un attacco violentissimo,  definendolo un “antisemita di estrema-destra”,  a Mateusz Morawiecki, primo Ministro della Polonia, acceso nazionalista e propugnatore dello scontro tra Nato e Russia.
Il che gli ha certamente non solo conquistato parecchi voti, soprattutto tra quelli che sarebbero altrimenti andati al leader della “France insoumise” Melanchon, cioè a quel che resta della sinistra d’oltralpe. Ma ha anche contribuito a chiarire il  multiforme e complesso quadro politico dell’Europa d’oggi, e di quella che si prepara ad affrontare, sin dai prossimi mesi, il doppio impatto di una guerra scatenata da Putin in maniera irresponsabile, e di un regime sanzionatorio, in cui troppi egoismi nazionali e particolari si sommano e si contrappongono l’un l’altro.
Giuseppe Sacco