Verità e giustizia, amore e libertà. Rappresentano il quadrilatero in cui, fin dalla dedica introduttiva della “Pacem in Terris”, Papa Giovanni inscrive la costruzione della Pace(CLICCA QUI). Quasi sessant’anni ci separano da quell’ 11 aprile 1963. Esattamente sei mesi dopo la crisi dei missili sovietici a Cuba, la pubblicazione dell’Enciclica precede la scomparsa di Papa Giovanni di soli due mesi ed, anzi, meno.

Se ne possono dedurre due considerazioni. Anzitutto, la più importante: la Pace è possibile. Non è un’utopia, un pio desiderio da inscrivere nel libro dei sogni o un ideale astratto su cui lasciare che i pacifisti esercitino la ginnastica dei loro buoni sentimenti. In secondo luogo, la Pace è un traguardo difficile da raggiungere. Rappresenta, secondo Papa Giovanni, l’approdo cui condurre principi e valori. Ognuno dei quali sfida le categorie del nostro vivere quotidiano. Nella misura in cui toccano la vita nella sua immediatezza e precedono la politica, che pure evocano ed interrogano.

Giustizia e Libertà sono merce corrente nel lessico della politica. Ma quest’ultima fino a che punto è consapevole del nesso indissolubile che le connette a Verità e Amore? Verità ed Amore appartengono ad un firmamento concettuale che ha a che vedere con la politica, almeno come la intendiamo comunemente? Oppure osservano una grammatica ed una sintassi che le categorie della politica non sono in grado di intercettare? Viene, allora da chiedersi: a quali strumenti, a quali visioni può ricorrere la politica, ammesso che intenda farsi carico di un compito talmente gravoso, qual’è la costruzione della Pace?

La “Pacem in Terris” è un testamento. E, insieme, un compito che il Pontefice del Concilio consegna, soprattutto a una classe politica che, in quegli anni, a cavallo tra timori e speranze, sta per entrare in un ciclo della storia che – a maggior ragione osservato con lo sguardo dei nostri giorni – segna lo spartiacque tra due stagioni. Il passaggio da un dopoguerra, che s’inscrive  nella lunga stagione delle due guerre mondiali devastanti per l’Europa ad una fase che, da allora, si proietta fino ad oggi e segnata dalla ricerca faticosa di un più ricco significato e di una nuova concezione della vita. Sono gli anni in cui vanno fermentando le ragioni che daranno senso alla “contestazione giovanile”, racchiudendo nel mitico decennio di quegli anni ‘60, il cosiddetto “boom economico”, il livello più alto d’incremento dello sviluppo e, nel contempo, la consapevolezza crescente dei suoi limiti. Insomma, la Pace va oltre la politica; eppure,  la politica deve assumerla come compito. Spetta alla politica costruire la pace.

E’ importante, anche nei momenti più bui come quelli che stiamo vivendo, mantenere fermo questo presupposto.
“Dalla dignità della persona scaturisce il diritto di prendere parte attiva alla vita pubblica e addurre un apporto personale all’attuazione del bene comune”: afferma l’Enciclica. E continua, citando una frase del Messaggio di Pio XII del Natale 1944: “L’uomo, come tale, lungi dall’essere l’oggetto e un elemento passivo della vita sociale, ne è invece e deve esserne e rimanerne il soggetto, il fondamento e il fine”.

Dalla “Pacem in Terris”, alla “Populorum Progressio”, alla “Laudato si’” per giungere alla “Fratelli tutti” dovremmo ripercorrere la continuità di un Magistero che, accanto all’intenzione pastorale, assume anche il valore di una incomparabile indicazione d’ordine politico. E’ il momento di farlo. Al di là della lettura personale di ciascuno. Bensì
attraverso una riflessione collegiale, espressamente condotta, da coloro che hanno scelto un impegno di militanza politica, secondo un criterio che sia diretto a illuminare le contingenze della storia alla luce dei valori universali che derivano da una concezione cristiana dell’uomo e della vita.

Domenico Galbiati