Seguire l’informazione internazionale in questo periodo è un’attività particolarmente stimolante: la pandemia sta imprimendo a tutti gli equilibri globali una dinamica fortissima che rende difficile ogni esercizio predittivo (si aprono ventagli di scenari possibili su ciascun quadrante) ma molto affascinante ogni sforzo interpretativo.

Parlando di Europa, il dato di maggiore novità e interesse da cui partire – a mio parere – non è il Recovery Fund che non credo avrà per noi, per una serie di motivi a cui accennerò, gli effetti salvifici da molti atteso, ma piuttosto la poderosa manovra tedesca che complessivamente ha raggiunto la dimensione di ben 1.270 miliardi.

Questo dato a mio parere ha una grandissima importanza attinente alla sfera geopolitica, e non a quella meramente economica, che è l’unica dimensione su cui è spesso appiattita l’analisi corrente (tanto della cosiddetta “sinistra” quanto dell’opposizione che si autodefinisce sovranista o nazionalista).

Questa manovra (più della sentenza della Corte costituzionale dello scorso 5 maggio) ci indica forse la direzione nella quale la Germania si dirigerà nei prossimi mesi. Si tratta di un improvviso abbandono dell’ortodossia deflazionistica che ha ispirato la politica economica del paese leader del continente in tutta la difficile fase iniziata con l’avvio dell’unione monetaria. La Germania mobilita i suoi consistenti surplus accumulati in tanti anni e immette nella sua economia una quantità enorme di danaro pubblico per la realizzazione di infrastrutture e per il sostegno alle famiglie e alle imprese. Inoltre – praticamente in contemporanea – volta le spalle ai tradizionali alleati nordici e accetta l’interpretazione “generosa” del Recovery Fund sostenuta dalla Francia.

Questi due avvenimenti modificano completamente i termini della “partita geopolitica europea” e significano – a mio parere – una sola cosa: il Covid – alla fine dei conti – avrà avuto un effetto di accelerazione della costruzione dello stato sovranazionale europeo intorno all’egemonia tedesca. Quello che si dispiega davanti ai nostri occhi altro non è che l’erosione (accelerata) di ciò che rimaneva del disegno originario della Comunità (un sistema collaborativo di stati-nazione finalizzato al rafforzamento di ciascuno di essi) nella direzione (a dire il vero iniziata nella seconda metà degli anni ‘80 con la Presidenza Delors e con l’Atto Unico Europeo) della costituzione di quello che – in termini classici – non possiamo che definire un “impero”, cioè una unità statuale che non corrisponde ad una nazione ma ne accorpa una pluralità.

La filosofia politica classica conosce bene la differenza netta e inconciliabile fra un sistema di stati nazionali e un impero, ma il “mito europeo” – ereditando spezzoni retorici del mito wilsoniano – ha sempre alimentato sul punto una ambiguità di fondo. Questa ambiguità – mai affrontata per ciò che è se non da politici del calibro della Thatcher – ha costituito la base discorsiva dell’“europeismo” (diffuso nel senso comune quanto nella comunicazione istituzionale).

Il punto è che la realtà del potere (ben presidiata sempre dalla sua logica ferrea) può ben accettare delle vacanze “discorsive”, ma certo fa sentire la sua presenza quando i nodi vengono al pettine.

E i nodi sono i seguenti: lo satus quo di questo ibrido europeo in continuo farsi era la condizione più conveniente per l’economia tedesca che – grazie alla capacità della sua classe dirigente di influire su Bruxelles e di creare alleanze in ambito UE – ha tratto il massimo vantaggio dal sistema di regole e dalla moneta comuni, fino a capovolgere un rapporto di forza che negli anni ’80 la vedeva -rispetto all’economia italiana – in una posizione ben diversa da quella attuale (sostanzialmente le parti, ancora alla fine degli anni ‘80 erano invertite). Poi noi pensammo bene di distruggere con furibonda determinazione il nostro sistema politico.

Ma il Covid ha reso il mantenimento dello status quo un’ipotesi non più praticabile. A questo punto la leadership tedesca si trova di fronte a un bivio: o abbandonare una situazione che produce troppe tensioni interne (crescita dei partiti di estrema destra) e rovesciare il tavolo, magari abbandonando la nave al suo destino (ed è la via proposta dalla sentenza di Karlsruhe) o accettare la sfida e fare un passo decisivo verso la costruzione sovranazionale, giudicando che l’egemonia tedesca (nel nuovo edificio) sia sufficientemente garantita. Non dimentichiamo infatti che ogni costruzione imperiale (lo insegnano, ancora una volta i classici) nasce attorno ad una nazione egemone, un soggetto nazionale “che comanda”. Questo è il dilemma che oggi si trovano di fronte le classi dirigenti tedesche. E la battaglia in corso deve essere assai aspra poiché le due ipotesi sono entrambe gravide di rischi e non indolori.

E’ difficile dire quello che accadrà. Mi sento però abbastanza certo del fatto che una decisa svolta tedesca nella direzione indicata metterebbe in grande difficoltà il suo stesso sistema di alleanze: per primi gli olandesi potrebbero sentire la forte spinta a seguire gli UK che, capendo che l’esito non poteva che essere questo e sapendo che la soluzione di essere inglobati in un impero continentale sarebbe stata assolutamente impraticabile per loro) se ne sono andati per tempo. L’Olanda è un piccolo, grande stato nazionale. Rappresenta – per la sua nobilissima storia – insieme all’Inghilterra il più lineare esempio di stato-nazione nato nella temperie culturale empirista e nel cuore di quell’Europa protestante che ha addirittura dato i natali al modello stesso dello stato-nazione: non potrà mai rinunciare alla propria piena indipendenza e infatti già è entrata in sofferenza. Diverso il discorso per Italia, Francia e Spagna. Da tanti anni in gravi difficoltà di visione strategica, oltre che  socioeconomiche, potrebbero accettare quella rinuncia alla propria sovranità che inevitabilmente seguirebbe alla svolta tedesca (ove si perfezionasse con tutti i suoi corollari, a partire dalla messa in comune, parziale o totale, del debito)?

Molto difficile crederlo per Francia e Spagna, identità nazionali comunque assai forti e pochissimo propense a entrare in quell’impero neogermanico che ormai è diventata l’UE e – fra l’altro – vagheggiato da sempre dalle parti di Berlino.

Forse solo l’Italia rimane l’unico candidato realisticamente immaginabile (almeno fra i fondatori). Da un simile esito il nostro paese rischia di uscire degradato al rango di primus inter pares di un’area adriatico-balcanica. Sempre che sappia giocarsi bene almeno la carta della portualità triestina.

La crisi pandemica trova infatti proprio noi nella situazione più precaria: sistema economico che cammina ormai a basso livello di giri (produttività agli ultimi posti), stato in deficit di autorevolezza (vedi grave crisi dei vertici della magistratura), demografia da brividi e, infine, classe politica fra le peggiori della storia.

Sembra proprio l’esempio di scuola di nazionalità che cede di fronte a un processo di costruzione imperiale.

Il Recovery Fund rappresenta un’opportunità? Sulla carta si, ma esistono due ostacoli e sono sotto gli occhi di tutti. Il primo è che le sue dimensioni saranno proprio il terreno su cui Germania e Francia dovranno cedere per cercare il compromesso con il nuovo fronte dei “frugali” la cui determinazione non è da sottovalutare per i motivi sopra detti: è proprio quel fronte a rappresentare oggi il più fragile punto di tenuta dell’intero sistema.

Il secondo è che spendere – per uno stato come il nostro – non è affatto facile. Ricordiamo non solo i fondi comunitari per le politiche di coesione, ma anche il tanto decantato (quanto deludente) “piano Junker” che rappresenta forse il modello più vicino a quello che sarà il Recovery Fund. Nella “semplificazione” di una legislazione come la nostra di semplice c’è soltanto il nome. In realtà, quando si parla di “sburocratizzazione” o “semplificazione” temo che ci si riferisca a quella che non potrebbe ormai che essere una vera e propria “rifondazione” dello stato, a partire dal suo sistema di giustizia civile, amministrativa e contabile, e quindi di organizzazione giudiziaria.

Insomma, la semplificazione non è una pratica preliminare che poi consente di partire davvero, come viene presentata nella vulgata dei nostri politici, loro si “semplici” (si pensi a una figura come Zingaretti).Questa vagheggiata semplificazione (per essere un oggetto della realtà e non un nuovo mito) sarebbe piuttosto il punto di arrivo di un processo profondo di rifondazione dello Stato, del quale però non si intravede oggi alcuna strategia, ma neanche alcuna idea.

Per concludere, se le guerre attuali sono qualcosa di completamente diverso da quello che siamo abituati a pensare (come suggerisce l’editoriale del numero di Limes in edicola) e se quella che si sta giocando nell’Europa pandemica è un serrato confronto geopolitico che avrà – al suo termine – gli stessi effetti di una guerra tradizionale, non è difficile anticipare un bilancio assai sfavorevole per il nostro Paese che ha affrontato – ancora una volta – tale confronto senza alcuna visione condivisa del proprio interesse nazionale, lacerata da falsi conflitti su aspetti marginali, guidata da una classe politica qualunquista che non trova nulla di meglio da fare che sugellare questo nuovo ciclo della politica nazionale nientemeno che… con una nuova legge contro l’omofobia. Una nuova, quasi lampante, dimostrazione del ruolo di mascheramento della (e di sviamento dell’opinione pubblica dalla) realtà svolto da determinate ideologie, che vengono puntualmente proposte nei momenti più delicati della vita nazionale.

Enrico Seta

 

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