La diffusione delle linee guida sull’aborto farmacologico da parte del Ministero della Sanità ha provocato numerose reazioni. Siamo costretti a registrare che, ancora una volta, non si interviene invece sulla prima parte della legge 194 e si rinuncia ad aiutare la donna a compiere una scelta diversa.

Tra gli interventi immediatamente resi pubblici riprendiamo quello della Comunità Giovanni XXIII, dal titolo: “Donne ingannate e abbandonate a casa” e a seguire quello de Il Movimento per la Vita Italiano e l’Associazione Medici Cattolici Italiani (AMCI) 

 

Aborto farmacologico, Comunità Giovanni XXIII: “Donne ingannate e abbandonate a casa”

«Facilitare il ricorso all’aborto significa ingannare le donne sulla tragicità di questo evento ed abbandonarle a se stesse senza tentare di aiutarle a superare le difficoltà che inducono ad abortire. Inoltre l’aborto con la RU486 segna ancor più le donne in quanto sono loro che impediscono a loro figlio di venire alla luce e perché molte di loro vedono i resti del piccolo».

È quanto dichiara Giovanni Paolo Ramonda, presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII, in merito all’annuncio del Ministro della Salute, Roberto Speranza, sulle nuove linee guide che prevedono l’aborto farmacologico in regime di day hospital e fino alla nona settimana di gravidanza.

«Dal nostro lavoro sul campo – continua Ramonda – sappiamo che quando le donne e le famiglie sono aiutate con opportuni sostegni, allora molte decidono di continuare la gravidanza e dare alla luce un figlio. Questa è la vera libertà, quella senza condizionamenti».

 

Movimento per la Vita Italiano e l’Associazione Medici Cattolici Italiani (AMCI)

Il Movimento per la Vita Italiano e l’Associazione Medici Cattolici Italiani (AMCI) valutano molto duramente le annunciate nuove linee guida ministeriali che estendono la possibilità di ricorrere all’aborto farmacologico mediante la pillola RU486 fino alla nona settimana di gravidanza, consentendo altresì alla donna di tornare al proprio domicilio mezz’ora dopo l’assunzione della stessa, esonerandola pertanto dal ricovero.

Questi i motivi di tale severo giudizio:

1) l’aborto (anche se verbalmente ridotto all’asettica sigla “IVG”, acronimo di interruzione volontaria della gravidanza) è sempre l’uccisione di un essere umano che si trova nella fase prenatale della propria vita e solo una bieca ideologia può considerarlo un “diritto” (in realtà è stata soltanto una depenalizzazione!), perché per la donna l’aborto è comunque una sconfitta e rivendicare l’aborto come diritto significa distruggere l’autentica cultura dei diritti e dei valori umani;

2) la diffusione dell’aborto farmacologico con la pillola RU486 risponde alla logica abortista che vuole impedire lo sguardo sul concepito, spostando l’attenzione sulla falsa “non invasività” del mezzo abortivo (non c’è nulla di più invasivo che uccidere una vita umana!), rendendo l’aborto un fatto banale (basta bere un bicchiere d’acqua) e privato (basta essere nel bagno di casa), salvo poi dover chiamare il 118 per correre in pronto soccorso per una emorragia irrefrenabile!

3) la diffusione dell’aborto con la pillola RU486 risponde alla logica economicista-efficientista-utilitarista che, per risparmiare sui costi assistenziali, agevola percorsi di completa solitudine delle donne di fronte ad una gravidanza difficile o inattesa;

4) alcune donne hanno testimoniato l’esperienza traumatizzante dell’aborto con la RU486 (si veda l’intervista pubblicata su “Il Messaggero” dell’8 agosto a firma di Graziella Melina);

5) il periodo di tempo impiegato per abortire farmacologicamente è di circa 2 giorni: dopo l’assunzione di una prima pillola a base di mifepristone che causa la morte del concepito, si assume dopo 48 ore un’altra pillola a base di misoprostolo che provoca le contrazioni espulsive. Tale processo comporta rischi anche importanti per la salute della donna, costituendo una vera e propria “tempesta ormonale” con successivi disordini endocrini, sino a riportati casi letali. Di conseguenza chi ha a cuore le donne non può vedere queste linee guida con favore, a meno che non abbracci una bandiera ideologica;

6) è perciò grave che non venga mantenuto il ricovero in osservazione, necessario proprio per garantire sorveglianza sulla salute della donna. Proprio l’AIFA (Determinazione n. 1460 del 24 novembre 2009), autorizzando l’immissione in commercio della pillola RU486, aveva stabilito che «deve essere garantito il ricovero […] dal momento dell’assunzione del farmaco fino alla verifica dell’espulsione del prodotto del concepimento. Tutto il percorso abortivo deve avvenire sotto la sorveglianza di un medico del servizio ostetrico-ginecologico»;

7) estendere l’assunzione della RU486 fino alla nona settimana manifesta tutta la carica ideologica di queste linee guida, perché, da un punto di vista tecnico, la pillola RU486 dopo massimo 49-50 giorni diminuisce la sua efficacia in modo importante e quindi l’allungamento del termine è meramente pretestuoso;

8) contro il dramma dell’aborto la via vincente è quella dei Centri di Aiuto alla Vita che da oltre 40 anni operano in tutta Italia per dare una mano alle donne che si trovano di fronte ad una gravidanza difficile o non attesa, liberandole dai condizionamenti che le inducono alla decisione estrema e restituendo loro il coraggio dell’accoglienza della vita con la fiducia e la serenità che ne conseguono.

Uno Stato che rinuncia a punire l’aborto non deve rinunciare a difendere il diritto alla vita con altri mezzi di più alto profilo e di maggiore efficacia. In questa prospettiva sarebbe davvero urgente una indispensabile riforma dei consultori pubblici sul modello dei Centri di Aiuto alla Vita, affinché siano, unicamente ed esclusivamente, un’autentica alternativa alla c.d. “IVG” e quindi una risorsa per la salute e la serenità delle donne.

Filippo Maria Boscia – Presidente dell’Associazione Medici Cattolici Italiani

Marina Casini Bandini – Presidente del Movimento per la Vita Italiano

 

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