Che il nostro sistema politico sia malato lo dimostra il fatto che non sia più in grado di reggere la pressione endogena, cioè quella che genera al suo interno. Lo possiamo, infatti, descrivere quasi fosse un sistema fisico che quando accumula un’energia che eccede la sua capacità strutturale di contenerla va incontro ad una frammentazione che manifesta diversi ordini di frattura.

La prima faglia nell’ attuale sistema politico, la più grossolana, concerne la contrapposizione tra i due schieramenti “bipolari” e fin qui è comprensibile ed, anzi, sarebbe fisiologico che ciò avvenga, se non si superasse la misura di un confronto frontale, spinto fino a non riconoscere legittimazione all’avversario. Senonché la pressione è tale da non potersi scaricare del tutto attraverso i varchi di cui sopra e, dunque, disarticola anche i rapporti tra le singole forze politiche che, dall’una e dall’altra parte, concorrono a formare i due poli.

Ma soprattutto – e questo è il terzo e più subdolo livello di questo processo di crescente scomposizione – da qualche tempo, gli stessi singoli partiti manifestano linee intestine di segmentazione e di frattura parcellare, sempre più minute e, nel contempo, più evidenti. Di questo passo ci si incammina verso uno sfarinamento o meglio, se insistiamo nella metafora, verso la morte termica del sistema.

Si possono invocare cause più o meno contingenti, differenti per ciascuna delle forze in campo, ma, in effetti, riconducibili ad un dato che tutte le accomuna: la dismisura tra ciò che di nuovo fermenta e cresce nel grembo della società e le categorie interpretative per nulla aggiornate delle forze in campo, che, appunto, si crepano e si fessurano come gli evangelici otri vecchi che non reggono il ribollire del vino nuovo. Perfino il monolite della Lega presenta una incrinatura inconcepibile in altri tempi e per quanto Salvini rifaccia l’intonaco per nasconderla alla vista, di fatto il muro comincia a rompersi in due.

Così pure i Fratelli d’Italia hanno il problema di cancellare dall’album di famiglia, a dispetto dell’affinità genetica che nessuno può farci nulla, cugini ingombranti. Per non dire di Forza Italia, spumeggiante – si fa per dire – dentro il partito e nei suoi immediati dintorni dove sono accampati coloro che sono già usciti dalla cinta daziaria del Cavaliere. Idem per i pentastellati dove, almeno per ora, la fatica di Conte assomiglia a quella di Sisifo e si trasforma ogni giorno di più nell’ affanno di un generale costretto ad inseguire la truppa.

Italia Viva non ha problemi, ma ha in sé il problema e, semmai, deve capire quale sia la sua “mission”, al di là del compito ancillare che le compete nei confronti del Capo. Del resto, i “renziani” sono una sorta di compagnia di ventura senza terra: coltivano appena un orticello in casa e poi cercano di fare scorribande, dall’una e dall’altra parte, nei territori altrui, soprattutto laddove conservano quinte colonne, in vigile attesa.

In quanto al PD, per quanto abbia abbondantemente già dato con le scissioni di Bersani e Renzi, non riesce a trovare pace, come se la sua vera ragion d’essere fosse nell’ ininterrotto tentativo di sedare umori interni, più o meno carsici, ma pur sempre in agguato, talché, nel breve volgere di una decina di giorni, ha dissipato, grazie al “Ddl Zan”, il vantaggio d’immagine appena conquistato con le elezioni amministrative nei grandi centri.

A questo punto, è oggettivamente difficile stabilire se, per ciascuna di queste forze, l’interesse generale della collettività possa davvero prevalere sulla tentazione irresistibile di scaricare sul Paese le proprie tensioni interne.
Insomma, siamo preda di un bradisismo diffuso che, fatta salva la determinazione di Draghi a tirar dritto, non promette in prospettiva nulla di buono.

Il punto focale della situazione, in vista del momento in cui il gioco, come dev’essere, tornerà alla libera articolazione della dialettica politica, non è, dunque, rappresentato dal confronto interno al sistema e dalla varietà delle combinazioni possibili, bensì, anzitutto, dalla sua capacità o meno di rileggittimarsi di fronte agli italiani.

Bisogna tornare alla fonte della sovranità popolare troppo a lungo espropriata da una dinamica tutta interna alle reciproche convenienze di forze politiche, le quali, anziché misurarsi con l’elettorato ciascuna in ragione della propria identità ideale e programmatica, si aggrovigliano le une nelle altre in un improbabile gioco a nascondino, immaginando di lucrare su una promessa di presunta governabilità che se immagina di imporsi a scapito della rappresentanza, alla lunga non regge.

Domenico Galbiati