Quando – eravamo nei primi mesi del 1979, in un Paese ed in un partito ancora scossi e disorientati, dopo il sacrificio del Presidente Moro – appena un mese o due dopo la pubblicazione del suo volume “La ricomposizione dell’ area cattolica” – attraverso un comune amico, suo compagno di studi che, ben prima dell’ ordinazione sacerdotale, aveva abbandonato il seminario per una diversa scelta di vita ed era approdato a sindaco di un comune della montagna lecchese – lo invitai a Lecco, Padre Sorge accettò immediatamente di presentare i contenuti della sua recentissima opera ai quadri della Democrazia Cristiana, in una manifestazione ufficiale del partito.

Del resto, a Lecco, il tema della “ricomposizione” ci stava tutto.

La città aveva una importante, consolidata tradizione di Azione Cattolica ( Amintore Fanfani ricordava di essere stato più volte a Lecco, negli anni della sua presenza a Milano, in Cattolica, ad animare soprattutto i circoli giovanili ) e rappresentava, nel contempo  – meno che, nel partito, presidiato  dalla sinistra di  Base – una roccaforte di Comunione e Liberazione, anzi uno dei luoghi elettivi della formazione del movimento promosso da Don Giussani.

La “ricomposizione dell’area cattolica”, per quanto la cosiddetta “cinghia di trasmissione” del collateralismo avesse esaurito la sua funzione, non prescindeva  certo dal partito, per quanto fosse un tema che afferiva, in modo specifico, al mondo ecclesiale.

Si potrebbe, anzi, dire che, almeno in certe esperienze locali, il comune impegno politico nella Democrazia Cristiana diventava, di per sé, occasione di una qualche forma di ricomposizione che finiva per  riflettersi, per certi versi, anche sul piano del confronto ecclesiale, almeno, per contro, nella  stessa misura in cui da quest’ultimo, a monte, discendevano distinzioni che si manifestavano anche sul piano della dialettica politica interna.

C’ era, in sostanza, una sorta di moto circolare, una corrispondenza biunivoca tra le parti che, in nessun modo, nella stessa visione di Padre Sorge, collocava l’impegno politico diretto, nelle forme della militanza  come si poneva nelle condizioni allora storicamente date, in una posizione marginale nell’auspicato processo di ricomposizione.

Non a caso, negli anni immediatamente successivi, l’impegno di Padre Sorge a Palermo fu rivolto anche a promuovere un possibile rinnovamento della DC locale.

Peraltro, “ricomposizione” – a due, tre anni dal primo Convegno Ecclesiale “Evangelizzazione e promozione umana”, indetto, nel 1976, dalla Conferenza

episcopale, a Roma – nella visione di Padre Sorge non significava certo  “serrare i ranghi”, come se i cattolici dovessero tentare, quasi “manu militari”, una sortita contro l’assedio della montante cultura radicale ed individualista che allora furoreggiava, ma piuttosto capacità di promuovere quella maturazione morale e civile, quella coerenza sul piano dei principi e dei corrispondenti contenuti, quella ferma compostezza sul piano dei comportamenti che consentissero ai cattolici di porsi credibilmente a servizio del Paese, nelle controversie sociali che, fin d’allora, evocavano le “periferie”, l’attenzione agli ultimi, agli emarginati entro un contesto che già andava vistosamente smarrendo la sua attitudine ad essere inclusivo, cosicché la coesione sociale già mostrava vistose smagliature.
Erano gli anni della “scelta religiosa” di Vittorio Bachelet e di una più ampia articolazione del mondo cattolico che allargava il ventaglio delle sue opzioni politiche, verso quel pluralismo oggi compiutamente acquisito e che, di fatto, ne rappresenta una ricchezza, nella misura in cui testimonia quella capacità di essere in coscienza uomini liberi che è, in sé, un valore, perfino quando approda a sbocchi politici francamente non condivisibili.

Non c’era più, tragicamente sottratto al Paese nel momento più alto della sua missione politica, Aldo Moro, l’uomo “amico”, l’uomo “buono e mite” per la cui vita Paolo VI aveva invocato il Padre ed ora era come se lamentasse dolorosamente che la Sua preghiera non fosse stata accolta.

Anche il Presidente Moro aveva assunto, attraverso gli strumenti della politica,  un compito di ricomposizione, che, dal suo partito che aveva compreso la lezione impartitagli, si proiettava su un Paese profondamente turbato, già percosso dalla violenza del terrorismo.

Quarant’anni e più, da allora, sono volati via come un soffio e Padre Sorge li ha attraversati tutti, continuando ad essere una delle voci più autorerevoli, una delle intelligenze più penetranti che il mondo cattolico abbia saputo esprimere.

Una guida cui dobbiamo gratitudine.

Era stato protagonista di quel primo Convegno Ecclesiale di Roma, tenuto poco più di dieci anni dopo la conclusione del Concilio Vaticano II e ne coglieva i motivi ispiratori ripresi e riproposti da Papa Francesco.

Tracciava un arco ideale tra quell’appuntamento ed il Convegno Ecclesiale di Firenze del 2015, perennemente alla ricerca di una Chiesa capace di ispirare e di concorrere, secondo il proprio ruolo, a quella trasformazione di cui il Paese ha bisogno.

Non a caso, invocava un Sinodo – “….che è un dono divino, più che una scelta umana” –  della Chiesa in Italia.

Perché, sosteneva, si deve oltrepassare la dimensione dello studio, dell’approfondimento e della ricerca, per percorsi ed impegni che siano vincolanti per tutto il popolo di Dio, presuli e laici.

Ma, oggi, è ancora tempo di “ricomposizione”?

Solo nel perimetro interno del nostro mondo o piuttosto in un incontro più maturo, più consapevole tra chi crede e chi no?

Ci sono valori civile essenziali – la libertà, la dignità intangibile della persona, la giustizia sociale, la democrazia – che rischiano di non reggere la temperie di un mondo disorientato e confuso, se non riscoprono, non ribadiscono il loro ancoraggio ai valori morali che fondano lo stesso ordinamento civile.

E qui si apre il campo di una enorme responsabilità per i cattolici, anche nel nostro Paese, secondo una pluralità di strumenti, che da un autonomo impegno politico, alla formazione delle coscienze, alla presenza sociale, fino all’espressione di una forma culturale della carità, corrisponda alla pluralità ormai acquisita dal mondo cattolico, nel quadro della più vasta pluralità, tipica della nostra età.

Bisogna concorrere allo stesso traguardo con strumenti complementari, che non si escludano a vicenda, ma piuttosto si integrino.

Se vogliamo accogliere l’appello di Padre Sorge alla “ricomposizione”  – che è sicuramente anche un esercizio di reciproca carità – secondo la dimensione più vasta di un mondo globale eppure frammentato, c’è un tratto di strada da affidare alle culture prevalenti che abitano il nostro tempo e poi, quando, non basta più il passo cadenzato, la strada si fa  più impervia, finché il  sentiero lascia il posto alla via di una arrampicata in parete, al montanaro deve subentrare l’alpinista, cioè giunge il momento della politica e di quell’arte della mediazione che Aldo Moro interpretava come la capacità di giungere ad un punto così eminente d’ osservazione da poter dominare con un solo sguardo che lo riporti a sintesi, l’intero territorio delle vallate sottostanti che si intersecano, si separano e nel contempo si congiungono nella bellezza di un unico panorama.

Domenico Galbiati