Quanti bambini sono morti in Ucraina? Quanti hanno smarrito e per sempre, sotto le bombe, la loro innocenza? Non ci sono parole per descrivere l’ abisso di iniquità ed ingiustizia rappresentato dalla morte di un bambino. Oppure dal turbamento profondo della sua coscienza, l’irruzione violenta del non-senso, che altera, spesso senza ritorno, la sua sensibilità, l’attitudine a coltivare i sentimenti.

Non è vero che la morte sia sempre e comunque un evento sconvolgente. Noi, per lo più, concepiamo la vita e la morte in opposizione polare l’una all’altra, come le classiche due facce della stessa medaglia. Ed, infatti, è così, senonché appunto di medaglia si tratta, cioè di uno spessore irrisorio, di una distanza, di uno iato, tra le due che è un soffio e, nel contempo, le connette inesorabilmente, quasi si lambissero, al punto che l’una è necessaria all’altra. Ma non è cosi nel caso di un bambino.

La morte di un bambino è sempre scandalosa ed oscena, a cominciare da quando avviene nel grembo materno.
Il bambino non ha due facce, ne ha una sola ed è quella rivolta alla vita. Non è lecito morire da bambini, tanto meno ancor prima di essere venuti alla luce. E’ lecito morire, perfino da giovani, purché avvenga dopo aver maturato e vissuto, almeno per un significativo tratto di tempo, la consapevolezza piena della vita, la coscienza di sé, dopo aver toccato con mano, sperimentato, assaporato, sia pure senza tematizzare l’argomento, che la vita è ricca di senso.
Solo allora, quando si è almeno intuita la sua trascendenza, matura l’altro verso della medaglia e si può guardare in faccia la morte ed affrontarla. A quel punto la morte non è più il contrario e la negazione, il rovescio della vita, ma ne fa parte a pieno titolo, o addirittura ne rappresenta il più alto momento di ricomposizione. Ma per i bambini non è così.

Morire da bambini è indecente. I bambini conoscono solo la vita. Non contemplano la morte. Non a caso non conoscono il senso del pericolo, lo maturano nel tempo, progressivamente ed, anzi, è necessario insegnarlo loro. La loro apertura è totale, fiduciosa, vivono in simbiosi, in naturale empatia con la realtà che li abbraccia, recano l’impronta di quel sentimento originario, incondizionato, di sorpresa e di curiosità innata, di intatta voglia di vivere che non arretra di un pollice neppure nei bambini disabili, dotati della straordinaria capacità di compensare, quanto più sia umanamente possibile, le loro limitazioni funzionali.

Quanto più è precoce la morte di un bambino, risalendo fino alle prime settimane della gestazione, tanto più è ampio il ventaglio delle potenzialità che si sarebbero dispiegate ed, al contrario, vengono negate, cancellate. E se ne va, irrimediabilmente, un mondo intero.

La brutalità della guerra, il bollettino giornaliero che reca la morte di bambini ci dà plasticamente l’idea di quanto, su ogni possibile fronte, sia necessario proteggere i bambini, fin dal loro concepimento, dalla morte. Quando invochiamo un’azione programmata, innovativa e forte diretta a prevenire l’aborto siamo lontanissimi da ogni presunzione di parte, tanto meno ideologica.

L’ aborto e la morte prematura, l’abuso ed il maltrattamento, il deserto affettivo che li accompagna, la povertà educativa, l’indigenza economica e quella culturale: sono allineate su una gamma vastissima le forme di violenza che, anche in un contesto sviluppato, civile e maturo come il nostro, gravano sui minori e li umiliano. Ed umiliare un bambino è già, di per sé, un delitto.

E’ vero che se non si diventa o non si resta, in un angolo in fondo all’anima, ancora un po’ bambini, non si entra nel regno dei cieli e questo ha a che vedere, non solo con l’al di là, bensì con la quotidiana immanenza, con la vita così come si snocciola giorno per giorno, alla ricerca di quella felicità, anzi di quella gioia che, secondo Agostino, corrisponde per ognuno al compimento della propria verità. Il che non ha nulla a che vedere con un vago sentimentalismo, ma piuttosto con quello sguardo innocente, che sorge dal profondo ed ha, appunto, in sé una misura di verità.

Questa riflessione sollecitata dalla devastazione della guerra, ha molto a che vedere con il nostro impegno a promuovere strategie dirette a prevenire l’ aborto (CLICCA QUI). Cominciando a garantire alle donne davvero la libertà, anzitutto, ad esempio, la libertà di “non abortire”, in quelle condizioni estreme di disagio e di povertà che sembrerebbero imporre alla donna una tale mutilazione. Situazioni nelle quali quel bambino è preservato alla vita anche nella misura in cui, concretamente, è accolto e costudito come figlio e patrimonio comune di una comunità intera.

Domenico Galbiati