In un fondo su “La Stampa”, allarmato e allarmante, nel pieno dell’esplodere del ‘68 Alberto Ronchey (che fu direttore del giornale dal 1968 al 1973) sottolineava le velleitarie pulsioni rivoluzionarie del movimento da cui scaturirono gli “anni di piombo” e ammoniva i presunti rivoluzionari che le rivoluzioni scoppiano quando ci sono “fame e tiranno, e in Italia non ci sono né l’una né l’altro”. La rivoluzione infatti non ci fu, ma una scia di sangue lunga più di dieci anni sì.
Parole che mi sono tornate alla mente in questi giorni vedendo le manifestazioni dei ragazzini (per ora sono in maggioranza così) che scimmiottano i black bloc o i gilet gialli a Torino, Milano e in altre città italiane.
Dico ragazzini perché mi sono trovato in mezzo a una di queste, in centro a Torino, e ho potuto notare la giovanissima età dei partecipanti, alcuni dei quali si coprivano il volto con maschere o passamontagna neri quasi fosse un gioco.
Non mi pare proprio che ci fossero alla testa i truci militanti di Askatasuna, ma un popolo femminile e maschile di studenti medi.
Una volta, al tempo dell’articolo di Ronchey, i partecipanti si sarebbero detti vicini alle posizioni dei gruppi che si definivano extraparlamentari, oggi mi sembra che si possa dire che sono su posizioni “extrademocratiche”. Penso che se si votasse a breve, la gran maggioranza non voterebbe, non solo perché non ha l’età, ma anche perché non si riconosce nelle attuali forze politiche e forse nemmeno nella democrazia.
Le proteste
Si dice che questi giovanissimi protestano contro il caro vita o la condizione della scuola pubblica. Ma non mi pare siano ragazzi affamati, e negli edifici scolastici, belli o brutti, le lezioni si svolgono regolarmente. Se non è così, se siamo a tal punto, allora presidi e professori avrebbero dovuto da tempo lanciare un ben più vigoroso allarme. Mi pare invece che i docenti avanzino più che altro rivendicazioni economiche, lamentando il livello a loro avviso troppo basso dei salari.
Questa non è la rivoluzione dei diseredati, semmai di disadattati, la disoccupazione è ai minimi storici, i salari non sono certo alti, ma attenzione bisogna considerare di quale Italia si parla: Milano, Roma, Torino, Firenze? O città e Paesi dove il costo della vita e anche del 30% inferiore?
Fra l’altro, le maggiori città sono governate dalla sinistra: qui il problema della casa è uno dei principali, ma quale politica della casa hanno fatto o proposto? A Milano Sala ha modellato la città per i ricchi, a Torino Lo Russo spende decine di milioni per la nuova biblioteca civica. Non era forse meglio fare alcune centinaia di case di edilizia convenzionata e calmierare il mercato?
Alle manifestazioni, poi, ci sono un certo numero di ragazzi di seconda generazione, figli di immigrati. Si notano, perché più identificabili, soprattutto quelli del nord Africa. Anche questi ragazzi non rivendicano tanto pane e lavoro, quanto sembrano patire l’impossibilità di vivere a pieno gli agi di una società consumistica.
I guai maggiori incombono, soprattutto, su pensionati e famiglie numerose se le guerre non finiscono al più presto, e il costo dell’energia non scende. Non è tanto colpa dei governi europei di destra o sinistra, ma è una situazione da affrontare con saggezza e determinazione, è il prezzo della guerra. Siamo disposti a pagarlo per sostenere l’Ucraina o combattere il regime degli ayatollah?
Invece di vellicare la “belva” (chi manifesta violentemente) in un momento di grandi crisi internazionali bisognerebbe che le forze politiche fossero più responsabili e non cercassero di lucrare sulle rispettive debolezze: non voglio scandalizzare, con una voce fuori dal coro, ma invece di fare una legge elettorale per cui chi vince anche solo per lo 0,5% superando il 42% ( mettiamo il 42,5% contro il 42%) ottiene uno spropositato premio di maggioranza, bisognerebbe cercare grandi intese nell’interesse del Paese. Si può avere la maggioranza in Parlamento, ma essere minoranza nel Paese, tenendo conto dell’alto astensionismo. Così, dal 1994 nessuna maggioranza è stata confermata alle successive elezioni e i governi hanno sempre contro una maggioranza dell’opinione pubblica.
La democrazia
Allora le democrazie si logorano e, privi del consenso di una vasta parte, le forze politiche si rifugiano nel populismo più bieco che diventa lo strumento politico e la forza culturale più potente, a sinistra come a destra. La democrazia sembra diventare, diceva un intellettuale fascista come Bottai, un sistema per ottenere il minimo risultato con il massimo sforzo. Un sistema obsoleto, sosteneva, per una società moderna.
Non vorrei che alla fine si imponesse un pensiero espresso in un libro, uscito un anno fa, dal titolo Abolire il suffragio universale. Argomentava l’autore da posizioni che lui rivendicava “progressiste”: “La prima parte del XXI secolo non passerà alla storia come l’età dell’oro della democrazia. Per una larga parte della popolazione essa ha smesso di essere un valore e la sensazione è che proceda verso un inesorabile declino”. In apertura del volume una frase amara e beffarda tratta dalla Novella del chierico di Oxford di Geoffrey Chaucer: “O popolo irrequieto e incostante e sempre infido, scontento e volubile come una banderuola, sempre amante del torbido e del nuovo! …Il tuo giudizio è falso, la tua costanza non regge alla prova, ed è un gran pazzo chi si affida a te”.
La democrazia ha bisogno di essere custodita praticando le virtù necessarie: il rispetto delle diversità, il dialogo fra maggioranza e opposizione, la tolleranza, la moderazione nella dialettica, non delegittimando chi è all’opposizione o in maggioranza, trovando anche terreni di incontro e di condivisione soprattutto sulle politiche sociali, non agitando sempre lo spettro dell’ultima spiaggia: così le estreme che la disprezzano si nutrono, lo abbiamo visto in Germania e lo vedremo presto anche in Francia.
Paolo Girola
Pubblicato su www.associazione popolari.it