Mentre giornaloni e leader politici italiani (i partiti non ci sono più da un pezzo) discutevano di bagnini e concessioni di spiagge è stato quasi ignorato il progetto presentato dal governo italiano all’ONU per la fine della guerra in Ucraina. E mentre Conte, Salvini e Santoro si impermaliscono per l’invio di armi agli aggrediti, Draghi lavora a un progetto di pace che ha trovato apprezzamento nelle Cancellerie occidentali e non solo.

Il dato di realtà è che l’Europa, con la guerra ai confini, ha perso in tre mesi uno dei grandi vantaggi competitivi rispetto al resto del mondo: quello della sua stabilità strategica.  Lo ricorda in una lunga intervista su “Le Monde” (24 maggio) Thomas Gomart, direttore dell’Istituto francese delle relazioni internazionali.

Tra le conseguenze immediate vi è inoltre il rischio altissimo che nel continente più industrializzato del mondo venga meno un fattore fondamentale della produzione industriale, l’energia.

Come è stato possibile che le leadership europee non abbiano saputo valutare, almeno nel corso degli ultimi dieci anni i rischi geopolitici della soggezione delle loro economie alle forniture di petrolio e di gas russi? E come è stato possibile che la cancelliera tedesca Angela Merkel (che l’iconografia europea voleva santa subito) non abbia considerato il rischio di una strozzatura così importante che tale dipendenza avrebbe potuto comportare?

Vero è che sino al 2004 la Federazione Russa poteva ritenersi se non alleata almeno non ostile all’Occidente. Come pure che le adesioni alla NATO dei Paesi dell’est europeo non avevano sollevato particolari obiezioni da parte di Mosca. Ma poi abbiamo visto l’aggressione alla Georgia (2004) e quindi l’occupazione della Crimea (2014) per non dire di fatti inquietanti che hanno accompagnato il consolidamento dell’autocrate russo: la durata del suo mandato fino ai prossimi anni Trenta; la persecuzione dei dissidenti; l’eliminazione fisica di giornalisti non allineati; i rapporti con leader sovranisti in Europa e nel mondo.

L’unica spiegazione possibile, peraltro sollecitata dai rischi di disastri ambientali ormai comprovati da consensi internazionali, è che la convinzione dell’accesso alle fonti alternative di energia (solare, eolico, idrogeno, atomo pulito) avrebbero reso autonomi i Paesi industrializzati e ridotto i rischi geopolitici. Ma le previsioni per attuare questa transizione parlano del 2050.

Inutile aspettarsi “un rapido ritorno alla stabilità dal punto di vista geopolitico come avvenuto negli anni Settanta” dopo la fine della guerra del Vietnam e dopo la prima crisi petrolifera, scrive su Bloomberg lo storico Neil Ferguson (il noto autore di “Occidente, ascesa e crisi di una civiltà”) perché a quelle vicende seguì una valanga di eventi.

Ecco perché il progetto di pace presentato dal governo italiano, sia durante la visita di Draghi a Washington che alla Commissione Europea, assume una particolare rilevanza anche se poco considerata da ciò che resta del nostro dibattito politico nazionale.  In sintesi: continuare ad assistere l’Ucraina con invio di armi, assistenza agli sfollati e aiuti finanziari per il funzionamento dello Stato; un cessate il fuoco concordato; la neutralità dell’Ucraina e l’avvio delle procedure per l’ammissione nella Comunità Europea; un compromesso sui confini del Paese e l’autonomia delle aree filorusse. Ed infine, nel tempo, un accordo che coinvolga l’intera Europa compresa la Federazione Russa per una nuova coesistenza pacifica.

Sono cinque punti molto articolati, sia pure con quell’insieme di realismo e cautela che le diplomazie sanno coniugare. Ma se ne parla poco. Solo il Presidente Mattarella, ancora una volta, lo ha ricordato nel discorso per l’anniversario della Repubblica quando richiama che “l’Italia sta lavorando a una via d’uscita per porre fine alle insensatezze della guerra e promuovere le ragioni della pace”. Ed ha aggiunto, con evidente riferimento ai soliti agitati che credono di interpretare la maggioranza degli italiani, che invece “questo è un appello che riguarda tutti”.

Guido Puccio