I combattimenti nel Tigray,  stato settentrionale dell’Etiopia, hanno infuriato violentemente e sanguinosamente eppure se ne è parlato poco dalle nostre parti, presi come siamo a occuparci del Coronavirus e dalle tante crisi da cui siamo travolti. Eppure si tratta del riesplodere di un conflitto che potrebbe non solo avere implicazioni importanti per il futuro di quel paese, ma anche finire per influenzare quello dei vicini. Come ha avvertito il Segretario generale dell’Onu, António Guterres, “la stabilità dell’Etiopia è importante per l’intera regione del Corno d’Africa”.

Lo scontro tra il Governo di Addis Ababa e il Fronte di liberazione popolare del Tigray (TPLF) ha una storia antica e nel corso anche degli ultimi decenni ha portato a conflitti armati duri e sanguinosi, provocato la morte di migliaia di persone e l’esodo d’intere popolazioni finite per trovarsi in mezzo al fuoco incrociato. Esso s’inserisce all’interno del non sempre facile equilibrio da trovare tra i tanti popoli che vivono in Etiopia cosa che, assieme al sottosviluppo, ha sempre favorito l’emigrazione. Una emigrazione soprattutto diretta verso l’Europa.

L’Etiopia, che ha una popolazione di circa 110 milioni di abitanti, è contemporaneamente impegnata in Somalia per sostenere le autorità di Mogadiscio contro i terroristi di al-Shabab, così c’è il rischio che questo impegno possa venire per forza di cosa indebolito dall’impegno militare richiesto nel Tigray, come conferma il recente ritiro di circa 600 militari etiopi dalla Somalia.

Un altro motivo di tensione potrebbe venire dall’antica rivalità che divide i tigrini del TPLF dall’Eritrea che condividono un lunghissimo confine non facile da controllare, anche se finora le autorità eritree hanno negato il coinvolgimento nella crisi.

Secondo alcuni osservatori internazionali la ferma posizione tenuta dal Presidente etiope Abiy Ahmed Ali. Premio Nobel per la Pace solo lo scorso anno, può essere interpretata, dunque, come un tentativo di rafforzare la struttura unitaria dell’Etiopia, entità federata di popoli e di regioni. Più delle altre è sempre stata preminente l’etnia Ahmara che, pur essendo il secondo gruppo più esteso con circa il 30%, ha sempre esercitato una funzione egemonica. Pure a danno degli Oromo che raggruppa oltre il 32% della popolazione e dalle cui fila proviene Abiy, a prevalente maggioranza islamica.

Anche tra gli Oromo, come tra i tigrini, corrono fermenti autonomisti e secessionisti. E’ di pochi giorni fa la notizia del massacro di decine di persone appartenenti al gruppo degli Ahmara compiuto dalla Oromo liberation army ( CLICCA QUI ).

Insomma, si confermano i rischi che lo Stato etiope si possa indebolire in maniera consistente e finire per esportare una condizione di crisi, paragonata da qualcuno ad un processo di “balcanizzazione”,  difficilmente recuperabile e con conseguenze davvero imprevedibili per l’intera regione del Corno d’Africa e non solo.

Intanto continua ad aumentare il numero dei profughi e non è possibile prevedere se l’abbandono dei villaggi in corso sia reversibile o definitivo e magari in grado di aumentare quel flusso continuo di migranti che finisce poi per affollare le spiagge libiche, egiziane e tunisine in attesa di un imbarco verso l’Italia e l’Europa. L’agenzia dell’Onu per i rifugiati denuncia che la velocità dei nuovi arrivi in Sudan, che confina con il Tigray, rischia di “sopraffare l’attuale capacità di fornire aiuti”. Il governo sudanese ha acconsentito alla creazione di un campo per 20.000 persone a circa 80 km dal confine, ma altri aree sono già state indentificate per la realizzazione di strutture di accoglienza per le quali, comunque, già si prospetta una difficile risposta alle esigenze alimentare di tutti coloro che vi saranno accolti.

Una grave crisi alimentare sta già interessando una buona parte dei sette milioni di abitanti del Tigray, di cui circa il 10% già vive solamente grazie agli aiuti assicurati dalle agenzie dell’Onu adesso ancora più preoccupate delle condizioni sanitarie degli abitanti della regione e dei profughi in movimento verso il Sudan.