La messa al bando universale della “maternità surrogata” da parte delle Nazioni Unite ed il plauso alla legge italiana – promossa dal governo Meloni, cui è giusto riconoscere il merito – di aver anticipato tale orientamento sono, l’uno e l’altro, pronunciamenti di grande rilievo.
Se il 10 ottobre, quando approderà all’esame dell’Assemblea Generale dell’ONU, tale risoluzione venisse adottata all’unanimità o almeno a larghissima maggioranza dei Paesi membri, potremmo sperare che tutto ciò sia un segnale da interpretare a più vasto raggio, quasi possa preludere ad una considerazione maggiormente consapevole del valore intangibile della vita, anche in riferimento a tutte le altre manipolazioni di cui può essere fatta oggetto.
Se, peraltro, guardiamo – alla luce della Dottrina Sociale Cristiana – al nostro Paese, il tema delle cosiddette “questioni eticamente sensibili” o – come le definiva Papa Benedetto – “non negoziabili”, resta aperto nel discorso pubblico e nel confronto più immediatamente politico, anzitutto a sinistra, ma, per altri riguardi, anche a destra. Ma su questo torneremo in altra occasione.
Ad ogni modo, la “maternità surrogata” è l’attentato più grave alla dignità della donna e del bambino che, non a caso, anche i movimenti femministi contestano radicalmente. Fa a pezzi la maternità, la smembra almeno in quattro parti, fino al punto di annullarne la funzione da qualunque versante la si consideri.
Una donna mette a disposizione l’ovulo, un’altra si fa carico della gravidanza, una terza può subentrare come nutrice ed un altra ancora – sperabilmente colei che ha messo a disposizione la cellula germinale, ma non è detto – si dedica al maternage. Senonché – e lo dicono chiaramente puntuali dati scientifici – è talmente stretta la connessione tra quel che avviene nel corpo della madre e consensualmente in quello del feto, da non ammettere nessuna possibile dissoluzione del percorso generativo in parti distinte ed artificialmente separate. Basti pensare al “microchimerismo”, fenomeno fisiologico in virtù del quale cellule della gestante migrano nel feto e cellule del feto nella gestante dove possono permanere per decenni. Senza che si manifestino fenomeni di rigetto, a dispetto della incompatibilità immunologica.
La gestante è colei che reca in sé per sempre e per sempre ospita la memoria – e non solo biologica – del bambino che ha portato in grembo. L’ha sentito crescere giorno per giorno, in un dialogo incessante, l’ha sentito scalciare e forse appena lo vede al momento del parto.
La separazione è crudele. E non sappiamo come lo sia altrettanto per il bambino, anche se taluni dati clinici – che il report delle Nazioni Unite cita puntualmente – lasciano intendere molto circa una reale sofferenza.
Se pur fossimo “demiurghi” autorizzati ad intervenire in questi delicatissimi processi di generazione della vita, ne sappiamo ben poco e non sapremmo dover mettere mono, senza provocare danni. Per la “mamma” che ha fornito l’ovulo chi è questo oggetto del desiderio che si ritrova tra le braccia, senza sapere nulla di lui, senza avere condiviso le tempeste ormonali della gravidanza ed il reciproco coinvolgente emotivo?
Infine – ed è un versante di sostanziale rilievo – nel report dell’ ONU viene chiaramente detto che vanno protetti, per via legislativa, sia la donna che il bambino. Il che vuol dire che, nei confronti di quest’ultimo, nessuna discriminazione può essere consumata. Comunque nasca, sia pure attraverso un percorso inaccettabile quale la maternità surrogata, ogni bambino che venga alla luce è, per i credenti, un figlio di Dio e per tutti una benedizione per il genere umano. E, sul suolo, della Repubblica Italiana deve godere degli stessi diritti e farsi carico degli stessi doveri di ogni altro italiano.
Domenico Galbiati