Anche per chi è ignorante nel campo dell’economia è scioccante la notizia che, come afferma il sociologo De Masi, “arriveremo alle elezioni con un’Italia che ha 5 milioni e mezzo di poveri assoluti e 7 milioni di poveri relativi. Molto probabile che aumenteranno a settembre – ottobre, quando arriverà la crisi annunciata”.

Chi sono i poveri assoluti? Chi i poveri relativi?

La povertà assoluta “è la più dura condizione di povertà, nella quale non si dispone – o si dispone con grande difficoltà o intermittenza – delle primarie risorse per il sostentamento umano, come l’acqua, il cibo, il vestiario e l’abitazione”. La povertà relativa è “un parametro statistico che esprime le difficoltà economiche nella funzione di beni e servizi, riferita a persone o ad aree geografiche, in rapporto al livello economico medio dell’ambiente o della nazione”.

De Masi, che si dichiara di sinistra, teme che questa massa di emarginati finirà per essere un elemento che destabilizzerà il Paese ed esalta i 5 Stelle in quanto “sono l’unico partito che ha fatto reddito di cittadinanza e decreto dignità, l’unica cosa di sinistra degli ultimi 10 anni”.

Destabilizzerà il Paese? Ma non è abbastanza destabilizzato? Si sperava nella competenza e autorevolezza di Draghi, ma i miracoli non sono avvenuti. Nel dopoguerra gli aiuti economico-finanziari del piano Marshall rimisero in piedi l’Europa occidentale.

La generazione del dopoguerra fu una generazione fortunata perché, grazie all’aiuto del Stati Uniti, l’economia italiana decollò fino al cosiddetto “miracolo economico”. Si dette grande impulso all’istruzione, considerata elemento-base per il decollo dell’economia e si riconobbe costituzionalmente il sacrosanto diritto dei giovani meritevoli di acculturarsi. Con borse di studio e presalari universitari pertanto anche giovani di origine proletaria riuscirono a raggiungere la laurea. L’ottica era la difesa dell’Occidente dall’avanzare del comunismo, ma la storia paradossalmente cambiò in peggio con la caduta del muro di Berlino.

I giovani d’oggi sono svantaggiati rispetto alla generazione del dopoguerra per gli effetti negativi della globalizzazione, i salari bassi, la minore forza del sindacato. Essi sono accusati spesso della denatalità, ma allevare un figlio oggi è sempre più difficile per gli stipendi da fame, gli orari di lavoro impossibili, la necessità del lavoro femminile per sbarcare il lunario e le giuste aspettative delle ragazze, dopo anni di studio, di realizzarsi nel mondo del lavoro e, perché no, di fare carriera.

C’è una soluzione a questi problemi? Si presume che ci siano esperti in grado di trovarla. E allora che siano utilizzati e se utilizzati, che non siano costretti alle dimissioni!

Antonietta Rubiconto