I sistemi fisici, oltre una certa soglia di complessità, diventano “non lineari”, tendono al cosidetto “caos deterministico” e danno luogo a fenomeni di particolare interesse.
In un sistema “non lineare”, uno scostamento minimale dalle condizioni iniziali può dar luogo ad una cascata di processi che si aprono in un ventaglio di possibilità talmente ampio, da rendere del tutto impredicibili gli esiti a distanza della dinamica interna al suddetto sistema.
Entra in gioco un principio di causalità del tutto difforme dalla catena lineare “antecedente-susseguente” che siamo soliti osservare nei sistemi della nostra più comune esperienza, i quali manifestano dinamiche semplici e prevedibili, sufficientemente ordinate perché possiamo intervenire, di volta in volta, con metodiche appropriate a controllarne o dirigerne l’evoluzione temporale.
Anche la pandemia ha preso il via da evento singolo, un inizio unico ed, all’apparenza, quasi impercettibile: il salto di specie da un animale ad un uomo di un virus sconosciuto, per dilagare poi in un incontenibile processo che si va aprendo a ventaglio, addirittura su scala planetaria.
Si pone, insomma, a sua volta come un processo “non lineare”, caotico benché deterministico, aperto ad esiti che difficilmente possiamo prevedere o controllare nei loro sviluppi ultimi. Eppure, se l’analogia regge, destinato a generare spontaneamente, sia pure in un tempo medio-lungo, un nuovo e solido equilibrio.
I processi caotici, infatti, sorprendentemente finiscono per ricomporre le loro inestricabili linee di sviluppo attorno ad alcuni punti fissi che fungono da “attrattore”, cioè momento di coagulo e di condensazione di un nuovo ordine.
Lasciano, cioè, intravedere una consistenza più profonda ed ultima della realtà che va ben oltre la soglia d’accesso cui possiamo affacciarci grazie alla limitata conoscenza delle leggi naturali di cui disponiamo oggi.
In definitiva – tra sistemi fisici e sistemi sociali – almeno a livello descrittivo, si può forse azzardare una similitudine o addirittura un’ analogia, a suo modo suggestiva, che puo’ suggerire alcune considerazioni non banali. In buona sostanza, la pandemia trasporta la “complessita’” – così come termini quali fragilità o globalizzazione o altri ancora – dal mondo ideale dei concetti all’esperienza vissuta e sofferta del quotidiano e concreto percorso esistenziale di ciascuno. Nonché ai processi di sviluppo dei sistemi sociali, alle loro proiezioni politico-istituzionali ed alle relative dinamiche della loro governabilità.
“Complessità” – appunto come globalizzazione, come fragilità e forse altri ancora – è, dunque, un concetto che la pandemia mette alla prova dei fatti e ci consente di considerarlo in funzione di quella governabilita’ dei nostri sistemi sociali che, dopo un evento del genere, non potrà piu’ prescindere da una dimensione planetaria, per quanto oggi sia solo un lontano auspicio e, dunque, un obiettivo di lungo termine che, se mai verrà raggiunto, sarà solo attraverso un lungo, tortuoso percorso di approcci parziali e successivi.
Ad ogni modo, il segnale della prima pandemia in epoca di globalizzazione è forte ed inequivocabile e segnala, fin d’ora, un cammino inevitabile, ci assegna un compito, per quanto, a prima vista, appaia proibitivo. “Complessità” è uno di quei termini di cui abbiamo abusato, fino a ricavarne una di quelle parole “magiche” che, pretendendo di dire tutto, di fatto si riducono a non significare nulla. Le parole – i concetti che esprimono – sono vive ed ogni qual volta le pronunciamo o le arricchiamo oppure le stropicciamo fino a renderle banali ed inespressive.
Succede spesso che, a fronte di una questione che ci appare indecifrabile, sfuggente, indefinita, la buttiamo in cavalleria e la spariamo lì, attribuendo il tutto, appunto, alla complessità, piuttosto che alla globalizzazione o quant’altro di simile.
Ci illudiamo di esserci spiegati, in effetti abbiamo steso un velo pietoso sulla nostra sostanziale ignoranza.
“Complesso” è un insieme cui concorrono moltissimi fattori che si intrecciano, creano reciprocamente vincoli, nel contempo generano opportunita’, fanno emergere potenzialita’ che vanno oltre la semplice somma dei loro elementi costitutivi, si sviluppano secondo percorsi imprevedibili, non lasciano intendere dove possano approdare i loro sviluppi.
In definitiva, sono ben difficilmente governabili e, se mai, possono essere ricondotti ad una qualche logica comune non ricorrendo a schemi generali, bensi coinvolgendo singolarmente ed attivamente tutti o almeno gran parte degli attori che vi agiscono. In fondo, in controluce è la prospettiva e la sfida della governabità di contesti civili, di sistemi sociali che si avviano ineluttabilmente verso dimensioni planetarie.
Una sfida per la quale dobbiamo cominciare ad attrezzarci.
Ed inevitabilmente – vale forse in particolare per il nostro Paese – l’ “attrattore”, cioè il pilastro attorno a cui consolidare un nuovo equilibrio deve essere rappresentato da un reale rafforzamento dei poteri democratici delle pubbliche istituzioni e della loro effettiva funzione di “governo” che deve prevalere sui cosiddetti poteri forti o meno che siano, ma comunque espressivi di interessi economici di parte cui non deve essere consentito di prevalere sull’ interesse generale della comunità.
Domenico Galbiati