La visione della vita di Dante è antitetica alla menzogna, all’ignavia, all’indifferenza, all’egoismo; a tutto ciò che degenera nella viltà e che la giustifica. Valgono soprattutto se esse, come oggi spesso succede, risultino integrate al meccanismo del benessere; e all’intorpidimento morale che ne scaturisce.

Contro il sonno della ragione e l’intorpidimento delle coscienze, che sempre minacciano il vivere civile, la voce di Dante rafforza le nostre difese. Nonostante le avversità il poeta ha potuto sostenere la resistenza della volontà, nel cercare di restare umano, anche in condizioni estreme.

Come riconosce Primo Levi, nel narrare del suo reagire all’annichilimento in atto: Auschwitz è disumanità materializzata, dimensione aliena e mortifera, pure del senso delle parole. Sceso dal treno, ignaro di tutto, si sente rispondere da un internato: “Hier ist kein Warum” (qui non c’è perché). E riesce nell’impresa di preservare il suo spirito; anche grazie all’ancorarsi alle certezze, sul valore dell’umanità, che animano i versi di Dante.

Uomo di grande animo e grande capacità di amare, Dante confida nelle Beatitudini -mitezza, giustizia, purezza, misericordia- e, soprattutto, nella pace, che pone al centro della sua scrittura, della sua ispirazione.

Il verso che ha il ruolo di cardine, simbolico, che segna la metà del percorso nel fluire della narrazione, in primis orale, che è la Commedia, consta delle parole dell’Angelo della Mansuetudine: “Beati/ pacifici che son sanz’ira mala!” (Purg. XVII, v. 69).

E siccome da cittadino, da politico, non può che prendere atto che non c’è pace senza giustizia -senza verità, e ne trae conferma da sant’Agostino (De civ. Dei 19, 24) -, ecco che, fra le virtù cardinali, Dante intende glorificare e insegnare ad amare, prima di tutto, la giustizia. In questa cantica, essa assume forma: è un’aquila di tante luci riunite; e parla in prima persona. Al di là del ruolo della giustizia divina, del rimettersi a essa, della speranza ben fondata nel soccorso dall’alto, è chiaro il messaggio, sempre attuale, per i viventi: non cedere e non rassegnarsi all’ingiustizia, ma intervenire, impegnarsi, affinché la giustizia possa vincere. L’azione umana è determinante nello snodarsi della storia, nel volgerla in direzione del bene. Non va commesso, quindi, l’errore di ritrarsi in un guscio, che per essere comodo è inevitabilmente pericoloso. “Il quieto vivere”, assunto come feticcio a cui tutto sacrificare, come acutamente rileva il poeta Maurizio Calderoni, si configura come un subdolo cedimento al non fare, persino al non essere, che inquina oggi la nostra coscienza.

E tende ad allontanarla dal retto operare, che comincia con l’affrontare a viso aperto la vita, nella sua dimensione -globale- di aspetti anche duri e dolorosi e ingiusti; sì da essere in grado di agire a ragion veduta. Soltanto così, ci fa capire Dante, il mondo può divenire migliore. E l’anima -in pace con se stessa, certa per quanto può dei suoi meriti- essere desiderosa della grazia di Dio, e fiduciosa nel giudizio finale. Se l’obiettivo della pace interiore è importante, va pur preso atto che il combattere contro le storture del mondo deve essere incessante; anche per chi segua la via -altissima, meritoria di benevolenza divina- della contemplazione. Lo si rileva nei vigorosi interventi politico-religiosi degli spiriti contemplativi: Pietro Damiano (XXI), Benedetto da Norcia (XXII).

Nell’epoca contemporanea, segnata dall’egocentrismo, c’è un’ulteriore insidia per la salute spirituale, e non solo: la convinzione, quasi la pretesa, di essere invincibili e, sopra ogni regola, di poter capire e fare tutto. L’agire con sicumera, che sovente nasconde la superficialità e l’impreparazione, non comporta alcun interesse per l’altro. E si arriva al disprezzo, specie per chi è più debole e senza voce.

Anche aprirsi al prossimo, necessitare di un aiuto, tende a essere avvertito come un segno di debolezza e di fallimento. Dante stesso ammette di aver dovuto sperimentare e superare la vergogna, al pari del “presuntuoso” e autoritario “Provenzan Salvani”. Il quale, dovendo riscattare un amico, mendicò “liberamente nel Campo di Siena”; dove, “ogni vergogna deposta, s’affisse” (Purg., XI, vv. 134-135): e “tu potrai chiosarlo” ( v. 140), viene detto al poeta. È il vivere “mendicando sua vita a frusto a frusto” (VI, v. 95). È provare tante frustrazioni, assaporando “come sa di sale/ lo pane altrui” (XVII, vv. 58-59); e “come è duro calle (percorso)” il salire “per l’altrui scale” (v. 60): ha sì un tetto sotto cui riposare, ma pur straniero, per quanto ospitale. Dante affronta questa condizione da uomo conscio e fiero della sua levatura intellettuale. Ancor più soffrendone, quindi; però non si rode, non si sdegna.

Lui, exul immeritus, reagisce con l’azione alla sventura; e dimostra qual è il punto di vista giusto per affrontare la vita. Nella Commedia Dante è costantemente proiettato sull’attualità e anche quando parla di cose passate, lo fa nella prospettiva dell’oggi o in funzione della sua condizione di vita nel momento in cui scrive.

Secondo alcuni studiosi, a conferma di una secolare convinzione, fu nella giovinezza anche esplicitamente attratto dalla consacrazione religiosa, pensando addirittura di diventare frate. Al termine dell’anno di noviziato però non emise i voti, preferendo orientarsi a una vita laicale. Continuò in ogni caso a custodire e coltivare la sua «passione francescana» aderendo al terz’Ordine secolare. E proprio in tale veste di terziario, lo si ritroverebbe ritratto, niente meno che da Giotto, negli affreschi della Basilica inferiore di san Francesco in Assisi e precisamente nella vela rappresentante l’Allegoria della castità, dove sono enunciate le tre famiglie dell’Ordine Francescano.

Oggi Dante avrebbe amato Papa Francesco, cogliendo nella Sua esperienza anche il senso della sua stessa solitudine vissuta nell’esilio, ma illuminata dalla fede cristiana.

Con umile forza il Papa in questi terribili mesi della pandemia, della guerra contro l’Ucraina e delle tante guerre del nostro tempo, ha chiesto al Signore di guardare «la Chiesa che attraversa il deserto; l’umanità atterrita dalla paura e dall’angoscia; gli ammalati e i moribondi oppressi dalla solitudine; i bombardamenti, le violenze di ogni genere su popolazioni inermi, i massacri di vite innocenti »…..in questa «ora di prova e smarrimento; nella tentazione e nella fragilità; nel combattimento contro il male e il peccato; nella ricerca del vero bene e della vera gioia; nella decisione di rimanere in Lui e nella sua amicizia…..anche se il peccato ci opprime; se l’odio ci chiude il cuore; se il dolore ci visita; se l’indifferenza ci angoscia; se la morte ci annienta».

Nino Giordano