Va riconosciuto alla maggioranza uscita dalle urne del 25 settembre che non è facile tenere saldamente il timone in questo particolare frangente, né il governo va demonizzato, per quanto alcuni provvedimenti – ad esempio, il decreto antirave ed i respingimenti in mare – siano francamente in sé errati e fuori luogo, perlomeno sconvenienti, anche se giudicati dal punto di vista di chi li ha assunti.

Del resto, bisogna comprendere come abbiano comunque una ragion d’essere che trascende il loro specifico contenuto e nemmeno sono gratuite prove di forza. Ma piuttosto atti che vanno capiti e valutati in ragione del valore simbolico di cui intenzionalmente sono rivestiti. Stiamo finalmente diventando una “nazione”, ordinata, disciplinata,
rispettosa delle regole e delle leggi e ci mancherebbe che non fosse così. E’ finita la pacchia e sono finite anche le banane.

Bisognerebbe entrare nell’universo mentale di Giorgia Meloni per capire cosa intenda davvero dire quando qualifica come “repubblica delle banane”, quella storia democratica e repubblicana che ha ridato all’Italia il valore di quel rispetto di sé stessa e di quella dignità sul piano internazionale che era stato distrutto e vilipeso da quel regime che, a quanto pare, ha acceso ed ispirato i primi aneliti della sua militanza politica. Soprattutto, siamo finalmente determinati a difendere i confini ed il “sacro suolo della patria”, al punto di meritarci i complimenti di Orban ed
a costo – metaforicamente si intende – di “spezzare le reni” a Norvegia e Germania.

Si avvertono segnali di un qualche nervosismo e di insofferenza nella maggioranza ed un filo di irritazione e di arroganza mal trattenuta, soprattutto in alcuni esponenti di FdI, che talvolta sembrano sopportare a fatica il contraddittorio in alcuni confronti televisivi. Insomma, pare di cogliere un certo intento, si potrebbe dire, “pedagogico” in determinati indirizzi. Ad esempio – anche se ciascuno preso di per sé dice poco – nella rinnovata denominazione di alcuni Ministeri.

Ad ogni modo, chi non ne condivide l’ orientamento politico, più che del Governo Meloni che gli italiani hanno chiaramente legittimato a governare per i prossimi cinque anni, dovrebbe preoccuparsi del fatto che la destra stia pensando, soprattutto, se e come le sia possibile stabilire, nel nostro Paese, una sua egemonia culturale, come riteneva di averla costruita la sinistra, almeno fino al crollo del Muro di Berlino.

Il nuovo Ministro della Cultura ha cominciato a delineare il nuovo Pantheon dell’ educazione nazionale, da Gentile, a Croce, a Prezzolini e perfino una scorza di Gramsci ad insaporire il “drink”. Forse la memoria mi tradisce, ma non ricordo un altro Ministro della Cultura che abbia esordito nel suo ruolo istituzionale, evocando i numi tutelari di un orientamento culturale privilegiato. La destra, ovviamente dal suo punto di vista, fa bene a coltivare – sempre che dimostri di esserne capace – un simile intendimento, soprattutto perché un tale disegno è reso più facilmente perseguibile dal deserto di cultura politica in cui navighiamo oggi. Intanto – e su questo non possiamo che essere d’ accordo – questa aspirazione fa giustizia dell’incultura del cosiddetto “uomo del fare”, mitica incarnazione del rude e spiccio e pragmatico e, per la verità, un po’ ridicolo decisore, capace d’un sol tratto di dettare la soluzione vincente.

Chi afferma che sia necessario a monte un pensiero, ha ragione, anche ove tale pensiero non sia affatto condivisibile.
D’altra parte, cosa passa il convento? A destra si è attestata una cultura “nazional-sovranista” i cui cultori meno rozzi avvertono come abbia bisogno di esibire pezze giustificative che possano almeno vantare ascendenze culturali fondate. Sull’altro versante, ribolle un chiacchiericcio inconcludente e si afferma quella che potremmo chiamare una sorta di “sinistra degli algoritmi”, generosamente innaffiata da una cultura dei diritti civili che sembra fatta apposta per contraddire quella vocazione popolare che pur doveva essere nei presupposti storici e culturali dei contraenti che hanno dato vita – si fa per dire – al PD. Area, quest’ ultima, che rappresenta il vero cuore pulsante del Paese e che nessuno rappresenta, addirittura spinta ai margini da un sistema di potere che, in larga misura, la sospinge nel limbo dell’astensione.

Ad ogni modo, dovremo affrontare il clou di questa sfida culturale – e non solo asetticamente politico-istituzionale – non appena verrà calato l’asso del “presidenzialismo”. Ed, a quel punto, chi vuol bene all’Italia dovrà farsi trovare pronto.

Domenico Galbiati