E’ da tempo che anche la trasmissione Report scava sulle vicende degli anni ’90. Delle stragi considerate solo fatti di mafia. Tra cui quelle che costarono la vita ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ed ogni volta, arriva una documentazione di racconti, confessioni, carte ed intercettazioni che riaprono la cosiddetta “pista nera”. A conferma che la mafia fornì la manovalanza di operazioni che avevano altri fini. Dirette da quelle che Giovanni Falcone definiva “menti raffinatissime”.

Un intreccio eversivo, mafioso e massonico su cui si è trovato molto, ma in maniera tale che una certezza storicamente accertata necessita il collegamento di tante sentenze e di tanti pezzi. Anche questo un modo per non offrire un racconto pieno di verità.  C’è un intero mondo politico, internazionale, economico e finanziario emanazione del tempo di quando accaddero  vicende – o che ne ha tratto il massimo del vantaggio – che sa bene quanto sia ancora aperta la ferita provocata nelle istituzioni, nella società civile ed in molti italiani. Si spera, così, nell’oblio.

Ma a mantenere, invece, sempre aperto un capitolo tanto importante della nostra storia contribuisce la continua emersione di un’imponente mole di carte sparite e fortunosamente ritrovate, di note di leali carabinieri e poliziotti scritte e consegnato a loro superiori e a giudici che, ad un certo punto, si sono “magistralmente” perse sviando e depistando le indagini.

Poi, siccome il diavolo non fa sempre i coperchi, da questa storia maleodorante emergono i meriti di tanta gente perbene assieme alle responsabilità di servitori sleali dello Stato, servi obbedienti ad altri stati e a varie  consorterie,  collusi con i mafiosi e i soliti massoni sovversivi alla Licio Gelli. Non a caso, dopo la sua morte, è emerso che un giudice cui furono affidate delicatissime inchieste era, in realtà, affiliato all’ennesima loggia segreta.

Le ultime vicende ci dicono di un Gip di Caltanissetta, Grazia Luparello, la quale, pervicacemente, continua a rifiutarsi l’archiviazione e a chiedere la riapertura di talune inchieste – in particolare relative alla strage di Via d’Amelio in cui vennero uccisi il giudice Borsellino e i componenti la sua scorta – indicando con meticolosa attenzione le aree su cui indagare. E la Procura che sembra non tenere affatto conto di nuovi elementi – quelli che tra l’altro continua a portare alla pubblica attenzione Report con tanto di documentazione – ricorre in Cassazione giudicando “abnorme” la voglia della Luparello di avere piena luce su piste che sembrano essere state fatte cadere. Un fatto abbastanza inedito su cui si dovrebbe riflettere. Soprattutto, quando si fa opportunisticamente un fascio di tutta l’erba pur di andare contro i magistrati. Ed è chiaro che noi siamo con lei perché abbiamo diritto a sapere e a conoscere cosa accadde trent’anni fa quando la mafia e l’estrema destra terroristica colpirono per avviare quel cambio di sistema politico voluto da dentro e da fuori d’Italia.

E ben sapendo – è doloroso ricordarlo oggi, giorno dell’Epifania , allorquando a Palermo venne barbaramente ucciso, il 6 gennaio del 1980, Piersanti Mattarella – che tante storie andavano avanti già dalla stagione delle stragi e degli attentati degli anni ’60  e ’70 e dal sequestro ed uccisione di Aldo Moro.

Oggi governa chi ha fatto giustamente di Paolo Borsellino una delle più alte immagini del servitore dello Stato che crede nella Giustizia e nella Democrazia.  Ci rendiamo conto che alcuni, visto i trascorsi loro e dei mentori della loro giovinezza politica – allorquando tali mentori appartenevano ad un mondo che certe frequentazioni le ha avute – hanno delle remore e dei timori. Come ci fu chi parlò di “compagni che sbagliano” in relazione al terrorismo di sinistra, a destra ci sono pure stati “camerati” del genere. Ma crediamo che, proprio in memoria e riconoscimento dell’opera di Borsellino e di Falcone, non possa che essere fatto di tutto per chiarire cosa c’è realmente sotto una lunga macchia tenebrosa che ha sporcato la nostra storia.

Un imbarazzo reso più gravoso del fatto che si tratta di vicende in cui riaffiora spesso la responsabilità di entità – magari non governative – riconducibili a paesi amici. Ma come diceva il saggio “Amicus Plato, sed magis amica veritas”.

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