Negli ultimi anni la Politica italiana ha in gran parte finito per trascurare il carattere identitario.

Il riferimento è, ovviamente, all’autorappresentazione che quasi tutti i partiti hanno fatto e fanno di loro stessi. Incapaci ad andare oltre l’indicazione di alcuni elementi generici sulla propria connotazione: siamo di destra, siamo di sinistra. E solo su questa base mettersi alla ricerca del consenso.

Nella maggior parte dei casi, almeno guardando a quanto è accaduto negli ultimi 27 anni, si è finito, in realtà, per parlare più frequentemente di centrosinistra e di centrodestra. L’indicazione, dunque, di una via di mezzo che non serve a presentare un marchio preciso, tanto meno un organico progetto politico, bensì a definire mere aggregazioni elettorali,  in un pieno coinvolgimento nella deriva bipolare che ha caratterizzato la cosiddetta Seconda Repubblica.

Va da se che la Politica ha finito per trasformarsi in una lotta per slogan, accompagnati spesso dalla demonizzazione degli avversari, ben sapendo che l’estremizzazione dello scontro non impedisce, poi, di trovare accordi sostanziali attorno cui si concretizza il reciproco interesse di chi fa parte, e di chi sta dietro ai due schieramenti.

Ora, colpisce il risultato di uno studio mondiale sul ritorno di un’esigenza di definizione di una Politica coltivata sulla base di un’identità di cui abbiamo dato conto ieri ( CLICCA QUI ). Impressiona anche perché se ne deduce che si possa persino andare oltre e trasformare la logica identitaria con quella della faziosità e dello scontro fine a se stesso. E’ quanto  sta riguardando da alcuni anni il confronto interno agli Stati Uniti a seguito di una progressiva radicalizzazione, con punte anche estreme, sempre più giocata sul piano della esasperazione identitaria.

Tornando alle cose di casa nostra, possiamo comunque tranquillamente constatare che la stagione post ideologica, cioè il superamento di quella contrapposizione, o collaborazione, tra liberalismo,  popolarismo e socialismo, attorno cui ha ruotato la vicenda politica italiana dalla fine dell’800 in poi, non è stata sostituita da una fase di trionfo delle idee e della capacità programmatica come sarebbe stato auspicabile accadesse dopo la caduta del Muro di Berlino. Cioè la Politica intesa come confronto tra idee e concretezza.

Salvo le dichiarazioni stentoree lanciate nel corso degli incalzanti e ripetuti cicli elettorali, la realtà, quella vera e concreta, del nostro sistema politico è stata definita dalla nascita di partiti padronali o, comunque, eccessivamente legati alle figure dei leader che li guidano e a una corte oligarchica in grado di attutire, se non addirittura eliminare, ogni autentica dialettica interna in grado di andare oltre la definizione di equilibri gestionali di bottega.

Sarebbe interessante studiare, ma a questo si potranno dedicare gli storici tra qualche decennio, la relazione esistente tra questa trasformazione morfologica delle nostre forze politiche e due altri elementi: da un lato, l’impoverimento della nostra società civile, storicamente incapace a farsi valere come entità strutturalmente autonoma rispetto alla Politica, come è nel caso di quelle anglosassoni. Dall’altro lato, l’essere gli interessi di parte rivelatisi soverchianti dopo che per cinquant’anni il quadro istituzionale era riuscito a costringerli ad una sorta di mediazione sia tra di loro, per evitare il trionfo del capitalismo selvaggio e auto cannibalesco, sia per mantenere il più unito possibile il corpo pubblico, cosa servita a lungo per l’oggettiva difesa del cosiddetto “sistema Paese”.

Non è un caso se, al termine della quasi trentennale Seconda Repubblica, ci ritroviamo con un’Italia molto più marginalizzata nel contesto internazionale ed europeo, deprivata di molta ricchezza industriale, bancaria e produttiva, con un aumento delle povertà e con la marginalizzazione del ceto medio.

Negli ultimi decenni la preoccupazione è stata indirizzata prevalentemente verso la cosiddetta “governabilità”. Cosa non raggiunta in ogni caso, e che ha significato, invece, accentramento, mancanza di tensione solidaristica, emarginazione dei soggetti naturalmente deputati alla rappresentanza del lavoro e dei gruppi intermedi e alla difesa dei diritti.

A ben guardare, l’andamento della pandemia in Italia, nazione tra le più colpite sin dall’inizio in termini di numero di decessi e di contagiati, è frutto anche di questo. Di un sistema sanitario creato ad immagine e somiglianza della Politica italiana auto – disarmatasi di fronte al sistema di quegli interessi che, certamente, non avevano alcun “interesse” al rafforzamento della rete sanitaria territoriale.

La stessa mancanza di un pensiero politico cui ancorare un progetto di sviluppo la si vede emergere con plasticità per ciò che riguarda altre questioni vitali per ogni comunità che sia degna di questo nome: sono i casi della Giustizia, dell’educazione e della formazione, delle tasse e della ridistribuzione delle risorse, della rigenerazione delle istituzioni e del sistema gestionale del Paese, centrale e periferico. Spiccano inoltre, e in maniera drammatica, pure in qualche modo tra di loro legate, le questioni del Mezzogiorno, dell’evasione fiscale e della criminalità organizzata.

La destra italiana è completamente sbandata al di là del riferimento a sondaggi d’opinione i quali, ben che vada, riguardano solo la metà dei potenziali elettori. Incapace a dare vita ad una posizione adeguata alle trasformazioni in atto, risponde con un nazionalismo estremizzato che, oggi, ha ancora di più un sapore astratto e irrealistico. Anche i recentissimi dissapori emersi nel sovranismo europeo che cosa rilevano se non l’esistenza di un ambito politico incapace a trovare l’adeguata collocazione nel consesso europeo in modo propositivo e in sintonia con le mutazioni in atto nella cosiddetta geopolitica globale e regionale?

Della crisi identitaria della sinistra abbiamo parlato così tante volte che, davvero, non mette più conto insistere. Anche perché non c’è occasione in cui il Pd non confermi la sua “radicalizzazione” e annesso stravolgimento della questione dei diritti. Al punto che finisce per apparire più un partito “liberal” all’americana, ma che con il contesto italiano poco ci combina, piuttosto che soggetto attivo nell’imboccare un percorso solidale nel senso più ampio del termine e dei suoi richiami economici, sociali e politici.

Noi da tempo siamo impegnati a sostenere l’idea di un impegno politico che parta dalla sottolineatura di un’identità la quale, essa sola, giustifica le ragioni di un’assunzione di responsabilità pubblica. Consapevoli però del fatto che la nostra ispirazione cristiana non significa dare vita ad un partito integralista, bensì programmatico. Intenzionato non alla proclamazione, ma alla concretizzazione.

Abbiamo bisogno di riequilibrare il rapporto del cittadini nei confronti delle articolazioni dello Stato e della pubblica amministrazione; della famiglia rispetto ad una liquefazione sociale che ha portato ad una disarticolazione e ad una atomizzazione antropologica; dell’arricchimento di un processo pluralistico della conoscenza e della dialettica pubblica che non può più certamente essere lasciata gestita solamente dal cosiddetto “pensiero unico” responsabile di tanta distorsione presente nel mondo della comunicazione e dell’educazione.

Giancarlo Infante