Le elezioni regionali del prossimo 26 settembre non sono un evento a sé stante. Non solo  per l’effetto che eserciteranno nell’immediatezza del momento politico e sugli equilibri del governo in carica. Rappresentano la prima tappa di un “tour de force”, cui seguirà – tra poco più di un anno – il “semestre bianco” e l’ elezione del Presidente della Repubblica, nonché, l’anno ancora successivo, le elezioni politiche, sempre che non si vada ad una conclusione anticipata della legislatura, eventualità tutt’altro che da escludere.
Un percorso di guerra, un tour impegnativo che, a voler essere ottimisti, offre, però, al sistema politico l’opportunità di ripensarsi e, a ciascun partito politico, un banco di prova di medio termine – quindi gestibile secondo un indirizzo di pensiero consapevole – su cui ricalibrare la propria sintonia con la realtà viva del Paese. C’e’ da augurarsi che, rispetto alla precarietà culturale e strategica di molte delle forze oggi in campo, possano riapparire indirizzi ed orientamenti non occasionali e pragmatici, ma espressivi di una cultura politica di fondo. Cosicché se ne esca con un arco di forze politico-parlamentari che sia “trasformato” e si allontani, almeno un poco, da quella ossessiva personalizzazione delle leaderships che soffoca ogni dialettica efficace.
Questo in buona misura dipende anche da noi, dalla nostra capacità di derivare da una visione cristiana della storia e dei tornanti sui quali va oggi inerpicandosi una proposta politica autenticamente “popolare”, cioè capace di orientare il Paese verso un traguardo d’impegno solidale e di bene comune. Abbiamo, infatti, bisogno, dopo decenni ispirati alla cultura individualista e divisiva dei diritti civili, di una stagione di coesione e, quindi, di forte impegno e di importanti investimenti sul piano di quei diritti sociali che rappresentano l’ intelaiatura della vita delle famiglie.
Insomma, i cattolici devono decidere se vogliono o meno tornare in campo.
Senonché, prima che la corsa prenda il via, occorre passare dalla punzonatura ed è lì che si definisce a puntino l’assetto di gara di ciascun concorrente. Si può correre per la classifica finale, per il gran premio della montagna o per la classifica a punti, per i premi connessi ai traguardi volanti, oppure da “grimpeur” per vincere il tappone di montagna o da passista che punta alla cronometro, oppure alla Cipollini per gli arrivi in volata.
Ma si può correre anche da faticatore del pedale o da portatore di borracce, che deve tenere la ruota del campione avversario o sacrificarsi con una sgroppata per il proprio capitano e poi lasciarsi andare, senza preoccuparsi dell’ astronomico ritardo che si accumula in classifica. Insomma, una vita da gregario, senza infamia e senza lode, come un qualunque impiegato di concetto, stipendiato dalla squadra oppure affidato al buon cuore del capitano, cosicché, purché rinunci al suo giorno da leone, gli siano assicurati i tre pasti quotidiani. In quanto alla vittoria – oltre ovviamente a chi porta la maglia, rosa o gialla che sia, all’ultimo traguardo – appartiene anche a chi onora i colori della propria squadra.
Del resto, le vittorie morali non sono platoniche, bensì concorrono a tracciare il campo e curvare lo spazio in cui si gioca la partita e, quindi, si traducono in un sicuro peso politico. Senonché, il nostro “tour” prevede che la punzonatura non si faccia ogni mattina quando parte la tappa, ma quando si dà il primo via, all’inizio della “grande boucle”, come la chiamano i francesi. Quindi, si fa adesso.
Dopo di che stabilita l’ambizione per cui si corre e l’ assetto del velocipede, non si può più tornare indietro e campare alla giornata. Ci piacerebbe che nessuno dei raggruppamenti di area cattolica che stanno scaldando i muscoli per entrare in partita, s’inchiodasse ancora una volta, dall’una o dall’altra parte, ad una vita da gregario. Ma forse, purtroppo, non sarà così.
In quanto a noi, a costo di restare in surplace per un giro, rivendichiamo quell’autonomia che ha il valore di una ” pole” a Monza, nella griglia di partenza del Gran Premio d’Italia.
Domenico Galbiati