A chi gli faceva notare che le sue auto erano un po’ costose, Enzo Ferrari era solito rispondere: “La Ferrari non è una macchina, è il regalo che una persona si fa a coronamento di una carriera”.

Un concetto che dovrebbe essere adottato in politica, soprattutto di questi tempi: la politica non deve essere una carriera, ma il coronamento di una carriera. La politica, quando l’impegno diventa a tempo pieno come quello di parlamentare, consigliere regionale o presidente di Regione o sindaco di una grande città, dev’essere il mettere a disposizione della comunità le esperienze maturate, la saggezza acquisita, un certo distacco dalle passioni.

Da un po’ di tempo, almeno da un ventennio, la politica cerca di mascherare il proprio vuoto etico, culturale e programmatico sbandierando un certo giovanilismo favorito anche da mass media e social che lo alimentano e se ne alimentano. Emblematica quell’immagine di Matteo Renzi che, appena diventato segretario del Pd, si fa fotografare e riprendere mentre va nella sede del partito, di mattino presto, con lo zainetto sulle spalle, come uno scolaro va a scuola. E così ha sdoganato lo zainetto diventato uno status symbol dei politici che vogliono apparire giovani. Magari lo sono anagraficamente, ma politicamente non valgono quelli che hanno rottamato, perché spesso sono vuoti di idee, programmi e progetti. Sono banalmente e semplicemente ignoranti.

Un’altra parola magica è rottamazione: questa è diventata l’arma mediatica, spesso usata nella forma di un linciaggio, per eliminare gli avversari interni ed esterni perché non si è in grado di combatterli sul piano delle idee, dei programmi e dei progetti. Sull’onda di milioni di vaffa…, volgarizzazione della rottamazione, è arrivato il momento d’oro dei Cinquestelle che hanno allargato la rottamazione da questo o quel leader politico a un’intera classe politica, preannunciando di voler aprire il parlamento come una scatoletta di tonno. Ma alla prova del governo hanno toppato clamorosamente perché vuoti di idee, programmi e progetti, passando nel giro di pochi giorni da un’alleanza con la Lega a quella con il Pd. Visto che tanti loro parlamentari, profondamente e comprensibilmente delusi, per non parlare della base, sono in libera uscita, vorrebbero imporre il vincolo di mandato, la cui abolizione farebbe venir meno a uno dei capisaldi della democrazia liberale.

Emblematico il fatto che proprio i Cinquestelle avessero stabilito che un eletto poteva esserlo solo per due mandati, ma il fascino della poltrona li ha spinti a cambiare idea. La bandiera del giovanilismo adesso è passata in mano al movimento delle “sardine”: è bello vedere migliaia di persone, non soltanto giovani, in piazza per far sentire pacificamente la loro voce. Dicono che non vogliono diventare un partito, è giusto crederci, ma l’esperienza insegna che spesso succede il contrario. Tuttavia non è scandaloso se diventano un partito, è fondamentale che lo diventino elaborando idee, programmi e progetti. La politica degli slogan può avere successo, lo si è già visto, ma ben presto il pallone si sgonfia. Alimentare e cavalcare la protesta fa catalizzare consensi, ma non forma una classe politica per governare se alla base non ci sono idee salde, programmi chiari e progetti realizzabili. E a farne le spese è l’Italia, generando l’antipolitica tra facili illusioni e cocenti delusioni, alimentando il falso mito dell’uomo forte, come ha evidenziato il recente rapporto del Censis.

Allora in questo particolare momento storico è quanto mai urgente che ci siano cattolici pronti a scendere in campo “per costruire da cristiani – come diceva Giuseppe Lazzati – la città dell’uomo a misura di uomo”. E scendere in campo con persone che non cercano una carriera in politica, ma che vogliano offrire alla comunità la propria esperienza professionale e lavorativa. Solo così la politica diventa una testimonianza di vita e opera di giustizia.

Luigi Ingegneri

 

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