Da piu’ parti, ci si interroga ancora sulla vasta adesione elettorale dei cattolici alla Lega di Matteo Salvini. La questione non è semplice e non si esaurisce adducendo una motivazione univoca. Evocando, ad esempio, un’ inflessione clerico-moderata, non certo storicamente inedita, che, incrociando il “sovranismo”, lo avrebbe avvertito come un approdo rassicurante e garantista, nel segno di una interpretazione tradizionalista del credo religioso.
Il tema va, piuttosto, collocato nella cornice dell’offerta elettorale disponibile sul mercato.
La polarizzazione sulle estreme ha favorito la divaricazione dell’elettorato cattolico – come è stato autorevolmente osservato anche in ambito ecclesiale – tra “quelli dell’etica” e “quelli del sociale”. E’ mancata – da troppo tempo – una forza che, sul piano della lettura antropologica dei valori in gioco, nonché in ordine all’indicazione politica, sapesse portare a comun denominatore istanze e sensibilità differenti che pur convivono nel variegato campo cattolico, operandone una sintesi riconducibile al primato della “persona”.
Eppure, difesa della vita e promozione della giustizia sociale sono principi che rinviano l’uno all’altro e reciprocamente si giustificano, in quanto la dignità della persona è un bene indivisibile. Non se ne può privilegiare un versante e, nel contempo, ravvisarvi l’alibi per abbandonarne un altro. Senonché’, per coglierla come tale, secondo l’insegnamento della Dotttrina Sociale della Chiesa, bisogna rintracciarne la fonte, andando fino alla sua radice ultima.
Insomma, la sacralità della vita è davvero incontrovertibile se non è semplicemente incardinata nelle convenzioni di un pur nobilissimo “patto sociale”, ma se è fondata sul valore “ontologico”, cioè originario ed incondizionato di ciò che è umano. Nello stesso senso in cui, come afferma la Carta Costituzionale, lo Stato non fonda, ma espressamente “riconosce” la dignità della persona, dichiarandone, pertanto, un radicamento che lo anticipa e lo precede.
Ed anche solo da queste considerazioni si evince l’opportunità che vi sia, nello spettro complessivo delle culture e delle posizioni politiche, una voce di chiara ispirazione cristiana che, lo si voglia intendere o meno, affermi – per quanto sia poi difficile sul piano dell’agire politico quotidiano corrispondere sempre all’alto profilo di una tale attestazione – il valore “trascendente” della vita. Cui possiamo, forse, riconoscere di rappresentare uno di quegli “atomi” di verità – attestabili anche sul piano, pur sempre opinabile, dell’azione politica – ai quali Aldo Moro non avrebbe rinunciato neppure per milioni di voti.
Ma vi sono caratteri e particolarità sufficientemente evidenti – al di là della condivisione della fede – perché abbia senso parlare non genericamente di “elettorato cattolico”? Di cosa esattamente parliamo?
Se per “elettorato cattolico” intendessimo una qualche “falange”, più o meno armata, usciremmo dal seminato.
I cattolici non rappresentano una sorta di città “a parte” la comunità, si potrebbe dire, degli “elevati” alla salvezza che abita un “altrove”, inaccessibile ai comuni mortali. Ne, tanto meno, sono una massa di manovra nella disponibilità di qualcuno.
Se mai, la loro forza sta in quella presenza diffusa in ogni ambiente che intride la società e dovrebbe, piuttosto, innervarla. In questo senso, non abbiamo bisogno del cosiddetto “partito cattolico” o di una specie di partito o di fazione “guelfa”.
Il credente è, piuttosto, colui che se la ride dei “condottieri” e non ha bisogno di “liberatori” perchè vive l’attesa di una salvezza che gia’ fin d’ora lo rende interiormente libero. La sua identità non è la stagnazione in una presunta superiorità acquisita, ma una ricerca ininterrotta. Infatti sa, o dovrebbe sapere, che gli eventi della vita e tutte le cose che lo circondano recano traccia di una presenza che le rende incandescenti ed inesauribili.
Dovrebbe sapere – gli ricorda Francois Jullien, filosofo ateo – che la forza del cristianesimo, la sua diversità radicale da ogni altra dottrina sta nella “novita’” che irrompe, cosicché ogni istante può dare avvio all’avventura di una vita nuova e più vera. Crede nel progresso, ma non ne fa un idolo. Resiste al fascino delle utopie, dei disegni di palingenesi sociale, delle sofisticate geometrie che sequestrano il pensiero in una fredda, meccanica postura ideologia.
E’, al contrario, concreto e “popolare”. Ha a cuore la famiglia, cioè un progetto di lungo termine che impegna l’intera vita; la casa, il lavoro; l’educazione dei figli, la loro salute e quella dei suoi vecchi; la sicurezza e la continuità delle generazioni; una vita, insomma, che sia, fino alla fine, la ricerca consapevole di un senso compiuto.
Anziché di elettorato, dovremmo parlare, appunto, di “popolo”; di una comunità che condivide principi, valori, criteri di valutazioni, attese e speranze ed, in tal modo, spontaneamente genera solidarietà, coesione, appartenenza all’orizzonte di un destino comune.
Senonché i credenti non si fidano dei miti e dell’ alea delle rivoluzioni che, anzi, per una sorta di contrappasso, li sospingono, se mai, verso una difesa della tradizione che, a sua volta, rischia di diventare chiusura e conservazione e, in taluni frangenti storici delicati, perfino deriva verso il blocco d’ordine.
La politica può dare una mano a liberare le enormi energie di questo popolo che è umile e di buon senso, secondo il
significato nobile di questi termini, cioè vicino ed attento alla vita vera e concreta?
Un popolo che non ha motivo d’aver paura e non ha bisogno di tutele “securitarie” che ne offendono la dignità e ne imbrigliano le forze. La politica puo’ dare una mano?
Domenico Galbiati