Siamo sospesi alle vicende epidemiologiche, con un processo politico bloccato, ma sotterraneamente in fermento.

Il Quirinale, se il tasso di drammaticità si innalzerà, dovrà assumere un’iniziativa. Per il semplice motivo che – dopo il 4 marzo 2018, con il decisivo passo del sistema politico verso la autodissoluzione – non sopravvive più in Italia altro centro di iniziativa politica.

L’equilibrio di governo è di una precarietà evidente, come da tempo rilevato su questo sito ( CLICCA QUI ) ma è bene non sottovalutare quello che si era lasciato in sospeso a febbraio: nomine; a cui si aggiunge oggi la predisposizione di una manovra praticamente senza limite di deficit (e quindi con ampi spazi spartitori) . Le resistenze dell’attuale Governo sono quindi comprensibili e saranno forti.

Il malessere sociale però cresce. Non vorremmo che l’inadeguatezza della attuale compagine di governo a gestire una crisi ben peggiore di quella del 2010-2011 fosse risolta passando attraverso espressioni traumatiche di malessere sociale (è l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno) e non grazie all’attivazione di meccanismi istituzionali di prevenzione.

Al di là di questi aspetti, proviamo però a gettare uno sguardo sul panorama nel quale dovrà svolgersi la tanto attesa “ripartenza”.

Abbandoniamo ogni illusione catartica, ogni “wishful thinking”, ogni pensiero speranzoso, denunciato dall’abuso, alquanto sospetto, dell’espressione “nulla sarà più come prima”. Proviamo invece ad invertire il ragionamento e a censire ciò che ritroveremo esattamente “come prima”.

  1. Un sistema democratico e partitico esausto e sottoposto a spinte centrifughe

Quelli che operano oggi in Italia – invero – non sono più partiti ma quasi fantasmi che si aggirano su una scena di rovine. Non che la crisi dei partiti non sia fenomeno che riguarda tutte le democrazie occidentali ed europee. Ma qui siamo più avanti, sia della Germania che della stessa Francia, dove pure la zoppicante leadership di Macron potrebbe, nel 2023, rovinare e aprire la strada ad uno sfaldamento di dimensioni ancora maggiori del nostro.

E non basta. Con la generica “crisi dei partiti” due dinamiche distruttive si intrecciano e interagiscono ormai da tempo, una di superficie, l’altra più profonda e radicata:

  • quella di superficie è una dinamica sociale estremistica e centrifuga che si esprime in tre forme: aggressione denigratoria contro “la casta”, antimmigrazionismo, sovranismo;
  • l’altra dinamica – più radicata – è la progressiva occupazione da parte di settori militanti della magistratura di ogni potere di arbitraggio finale di tutte le questioni sociali, economiche e politiche della vita nazionale (funzione che, nelle democrazie, è invece appannaggio delle istituzioni della sovranità popolare). Anche questo fenomeno – si badi bene – ha estensione transnazionale e costituisce, a mio parere, un capitolo centrale del fenomeno della “crisi della democrazia contemporanea” ma, In Italia, esso risulta aggravato dal vuoto di poteri circostante (sia politici che economici).

Dunque, due fattori ulteriori di disgregazione della (sempre più) debole democrazia italiana. C’è poi l’altro versante, quello economico.

  1. Un’economia in grave affanno

C’è una debolezza relativa (rispetto al resto d’Europa) del sistema economico e produttivo italiano che il grande reshufflement prodotto dal coronavirus non risolverà. Anzi.

Prima dell’epidemia eravamo l’economia che cresceva meno in tutto il continente. Dopo l’epidemia ci risveglieremo nella stessa condizione.

La grande crisi del 2020 potrà modificare i principi (e forse la natura stessa) del capitalismo del XXI secolo. Dopo il virus la geopolitica del pianeta, addirittura, potrà essere un’altra. Ma tutto ciò non cambierà il fatto che il nostro sistema economico non riesce più a produrre posti di lavoro per i nostri giovani (a loro volta sempre meno formati per il mercato del lavoro), brevetti e quindi innovazione di prodotto e di processo per i mercati, idee nuove su come adattare i processi produttivi ed economici alla demografia avversa che ci attanaglia.

  1. Quale via d’uscita?

Ma soprattutto, quello che non troveremo al momento in cui dovremo ripartire, è la premessa indispensabile per invertire queste due dimensioni critiche, giunte ormai al limite di rottura: una adeguata rappresentanza – istituzionale, culturale e politica – delle forze della produzione e del lavoro. Attorno a cui far ripartire – insieme – la democrazia e l’economia.

Questo è il grande buco nero dell’Italia almeno dagli anni ’80 ad oggi, che portò alla grave crisi dei primi anni ’90 e che negli anni della cosiddetta Seconda Repubblica non è stato colmato ma piuttosto si è ulteriormente approfondito.

Anche in questo caso, le difficoltà non sono solo nostre. Man mano che allarghiamo il nostro sguardo al di fuori del nostro Paese scopriamo elementi di debolezza comuni, tipici di un’epoca di grandi trasformazioni quale è l’attuale.

Ma il vuoto di idee e di capacità di impatto delle forze della produzione e del lavoro che si registra nel nostro Paese – in questo momento storico -non è paragonabile alle difficoltà dei nostri due principali vicini (ancor meno se rivolgiamo lo sguardo al mondo anglosassone). Si pensi alla Germania con il suo sistema della grande industria e con un modello di relazioni industriali sperimentato e solido, o alla Francia dove, nonostante il grave deficit strategico e di rappresentanza emerso con la crisi dei partiti, sopravvivono radicate e molteplici connessioni fra apparato dello stato e mondo economico in grado ancora di funzionare.

Dunque, le domande principali che dobbiamo porci – per fare una fotografia del nostro Paese oggi – devono partire tutte da qui. E tralasciare il resto, che sono solo epifenomeni, apparenze.

Nella irrisolta “crisi italiana” ci sono tante cose, ma al suo centro c’è questo “buco nero”: ormai la produzione, l’innovazione, il lavoro non sono (da tempo) adeguatamente rappresentati. Sono istanze deboli, sommerse da poteri corporativi, molto meglio rappresentati e dotati di spazi di ricatto di gran lunga più estesi. Le spinte alla conservazione delle rendite o alla creazione di spazi marginali di nuova rendita prevalgono sistematicamente. Tutto ciò è spiegato bene in un recente libro di Luca Ricolfi (“Società signorile di massa”), ma non si tratta che di scenari già da anni prefigurati (da Cafagna ad Alvi a Sapelli, per non parlare delle elaborazioni interne alle parti più vivaci e non conformiste del sindacalismo).

Fra l’altro, sul piano della storia politica non è un caso che la scomparsa definitiva di questi temi dall’agenda delle priorità politiche nazionali, con tutte le sue implicazioni sociali e culturali (comunità intermedie, terzo settore, ricerca ed innovazione) coincida cronologicamente con la disarticolazione di una significativa presenza del cattolicesimo politico nel nostro Paese e con il conglobamento dei suoi residui all’interno di una “sinistra di governo” che – proprio in quegli anni – era intenta in una triplice operazione: recidere ogni legame storico con le sue origini “lavoriste”, sposare il nuovo vangelo globale della finanziarizzazione del capitale e dare vita ad una specie di “partito della nazione” garante del patto fra le corporazioni vincenti.

Ogni crisi però giunge – prima o poi – ad un momento di rottura. Noi ci siamo vicini. E in questa chiave dobbiamo leggere il presente e tentare di immaginare il futuro.

La stessa triplice emersione socio-politica di tipo estremistico (grillismo, antimmigrazionismo, sovranismo) va letta con queste lenti. Essa nasce come rifiuto di un establishment che non intende (e non può più) dare risposte sul terreno della produzione e del lavoro, cioè della riproduzione del tessuto vivo di una società.

Da dove nasce l’attacco grillino alle istituzioni democratiche se non da una inadeguatezza delle istituzioni stesse quali strumenti efficienti al servizio della produzione e del lavoro? Solo dopo (non cronologicamente, ma logicamente) esso diventa predicazione fascisteggiante ed esaltazione dell’incompetenza, ma nel suo momento originario è denuncia sacrosanta di un vero e proprio “sviamento” della PA e della stessa politica, ridotte a esecutrici del patto intercorporativo.

L’antimmigrazionismo non nasce da un deficit di spirito di accoglienza nel popolo e nella mentalità degli italiani, ma invece dall’angoscia prodotta da un abbassamento del livello generale dei salari e dalla strisciante formazione di un mercato del lavoro selvaggio. Il momento in cui queste resistenze si pervertono in violenza contro i deboli e perdita di ogni senso di solidarietà è – anche qui – successivo: dopo che un’autentica azione sindacale e politica non ha saputo (perché troppo debole) prospettare alcuna risposata alle domande originarie.

E anche nell’insorgere del sovranismo più surreale non registriamo la stessa dinamica, cioè l’espressione di un vuoto nella identità nazionale quale identità vitale, inserita nei flussi innovativi della produzione e nelle nuove forme di intelligenza sociale?

La soluzione della crisi italiana avverrà sul terreno della produzione e del lavoro o non avverrà.

Il rilancio della produttività sociale, in tutte le sue forme, la selezione meritocratica delle classi dirigenti, i valori del vero lavoro (opposti a quelli dell’assistenza di massa) e di una formazione dei giovani che si raccordi al mercato del lavoro, la capacità di ricollocare, al centro della vita nazionale, un accordo fra democrazia e produzione, in luogo dell’accordo corporativo e di spartizione della rendita su cui si basano gli equilibri politici della Seconda Repubblica.

Questa sarà la sfida politica di chi ha ancora voglia di guardare avanti.

Enrico Seta