L’Italia è nata con la “questione meridionale” e rischia di morire con la “questione giustizia”.

In queste ore di caotica situazione politica l’unica cosa certa è stato il rinvio della discussione in Parlamento sulla relazione del Ministro Bonafede. Insieme al rinvio, ad avvilire il tema, ci ha pensato il Dott. Palamara che, nella migliore tradizione italica, espunto dalla corporazione di appartenenza – se legittimamente o meno lo stabiliranno gli organi competenti – ha ritenuto di doversi rifare rivelando fatti e fattacci della magistratura italiana pubblicizzando per il volgo i segreti di pulcinella, come se non fosse arcinoto al mondo quale sistema ha imperato e continua ad imperare per determinare carichi, incarichi ed “inchieste eccellenti” delle “toghe” politicamente orientate.

Ma non lasciamoci indurre in tentazione. Non saranno sputtanamenti più o meno sensazionali a redimere la giustizia italiana da tre decenni di prevaricazioni, finte riforme e lotte, vere, di potere. Se si vuole rendere un servizio serio al Paese bisogna stare sul pezzo o, meglio, sulle carte.

Ed allora è utile cercare di capire se le duecento e rotte pagine della “Relazione Bonafede” contengono qualcosa che, davvero, assomigli alla prospettazione di una riforma in nuce, oppure, come più verosimile, si tratti del solito, meccanico, atto dovuto.

La Relazione di novità legislative, più o meno credibili, ne annuncia a iosa, con il solito effetto disorientamento del lettore più o meno avvezzo alle tematiche trattate, ma la netta e precisa sensazione è la stessa di sempre: i nodi veri restano ingarbugliati, i privilegi di pochi garantiti e gli esiti nefasti saranno equamente distribuiti ai più con l’omissione totale di problematiche fondamentali per rendere il sistema giustizia effettivamente utile ai cittadini singoli come alla collettività.

  • Iniziamo dall’ABC: le risorse, umane e finanziarie. Siamo tutti d’accordo che l’interminabile durata dei processi civili e penali dipenda anche dalla scarsità degli organici. Chiunque frequenti aule di giustizia, con annessi uffici, potrà osservare, insieme ad un buon numero di scansafatiche (ma quelli sono fisiologici e, ad oggi, pensare di contrastare il fenomeno è più utopico dei viaggi interstellari), solerti impiegati che, letteralmente, si fanno in quattro per esaudire, oltre i limiti delle possibilità fisiche, le richieste ed il lavoro di ufficio; stessa cosa dicasi dei magistrati ordinari che, al netto dei non pochi colleghi più “rilassati”, si trovano a smaltire un numero di cause le cui sentenze definitorie, per statistica, è difficile che possano avere più di una decina di minuti di attenzione. Di Ufficiali giudiziari, essenziali per l’espletamento delle procedure esecutive (tanto per un esempio queste figure sono imprescindibili per un’azione di recupero del credito o per liberare un immobile a seguito di sfratto), ve ne sono ancora meno. Il conto, naturalmente, lo pagano i cittadini singolarmente in ragione di processi di durata pluridecennale ed il sistema giustizia, nel suo complesso, che paga un prezzo esorbitante al suo coefficiente di credibilità per non dire peggio. L’unica risposta seria da dare, quindi, è aumentare gli organici, magari attraverso concorsi che abbiano come sbocco assunzioni a tempo indeterminato che non costringano gli operatori a sentirsi dei precari perennemente minacciati di andare a casa e che contingenteranno il loro impegno sposando la filosofia del “domani chissà”. Più risorse umane significano innanzitutto più soldi e, siccome, il tormentone dell’estate è il recovery plan, è utile sapere che, stando alla “Relazione Bonafede”, il Ministero della Giustizia (non parliamo di Ministri stante l’evanescenza della funzione) avrebbe intenzione di attingervi la bella somma di tre miliardi di euro, da destinarsi, in buona parte (2,3 miliardi) all’assunzione di personale vario con contratti a tempo determinato. Ora, non ci venissero a dire che tre miliardi di euro stanno a significare veramente un massiccio investimento atto a dare una svolta significativa alla “questione giustizia”. Sarebbe come affermare che la “romanella” alle pareti di casa equivale ad una ristrutturazione. E’ chiaramente una presa in giro per riempire un po’ di pagine ed invocare il tormentone Recovery che va tanto di moda, soprattutto, se si considera che, a parte le carenza di personale, le infrastrutture informatiche che devono sorreggere il processo di digitalizzazione delle giustizia è già obsoleto ed i sistemi di Tribunali e Corti di Appello sono continuamente in default perché concepiti e realizzati al tempo di una fase ibrida del “processo telematico” (in parte cartaceo in parte telematico) che, invece, stante anche la prolungata chiusura dei Tribunali ha visto un’impennata vertiginosa degli strumenti elettronici. Se si vogliono tenere udienze da remoto occorrono, quanto meno, piattaforme digitali che consentano lo svolgimento di sedute durante le quali tutte le parti coinvolte possano comprendere pienamente cosa accade.

Ed allora vorremmo chiedere agli attuali rappresentanti politici – farlo al solo Ministro Bonafede sarebbe maramaldeggiare – se veramente il sistema giustizia è strategico e per loro rappresenta un asset) E come si può pensare di potenziarlo con i soli tre miliardi di euro che, a chiare lettere, la relazione ministeriale indica come sufficienti, forse, poche migliaia di rapporti contrattuali a base precaria. Si tratta di potenziare il sistema giustizia o di alimentare il collocamento precarizzato a fine clientelare?

  • La responsabilità civile diretta dei magistrati. Nella relazione ministeriale non se ne fa cenno alcuno e non si aveva motivo di dubitare a riguardo. Per il Ministero la cosa, evidentemente, non riveste la minima importanza, eppure, coraggiosamente, ci si dovrebbe porre mano una volta per tutte. Sarebbe il tempo, dianzi a tutto quanto vediamo ogni giorno (Palamara docet!), di scrivere norme chiare perché l’azione di un “funzionario statale” (chiediamo venia ai puristi del diritto ma questo è o dovrebbe essere un magistrato nella sostanza), dotato di poteri amplissimi, possa essere, con tutte le garanzie del caso, fonte di responsabilità diretta verso i soggetti lesi quando questo stesso potere è abusato. Sino ad oggi, l’argomento, fonte di inesauribili e strumentali, quanto futili dibattiti, è sempre stato estremizzato e fatto oscillare tra chi lo inquadra come intollerabile spada di Damocle che offenderebbe l’autonomia della magistratura e chi lo vorrebbe attuato con spirito di rivalsa per torti o persecuzioni, veri e presunti. Ed invece, la riscrittura equilibrata della responsabilità civile del magistrato che commette “errori professionali” (lasciamo da parte le “inchieste orientate” perché in quel caso si dovrebbe passare la parola al “penale”) non è qualcosa di eludibile se si considera il fatto che quello stesso magistrato, da almeno due decenni (valgano per tutte le norme in materia di responsabilità amministrativa degli Enti piuttosto che quelle del Codice Antimafia), è divenuto un “attore” del mercato economico in grado di incidere pesantemente e risolutivamente sul destino di imprese, talvolta, anche di primaria importanza per le ricadute che hanno sull’economia nazionale, tutto ciò a prescindere dalla fondatezza delle misure che avrà adottato nei loro confronti. Se si attribuisce ad una sola figura, o ad un ristrettissimo numero di figure, un potere così grande come si può pensare di non bilanciarlo con una responsabilità sanzionabile altrettanto significativa? Il potere esercitato senza la correlata assunzione di responsabilità per le azioni che si compiono è proprio solo dei tiranni.
  • La prescrizione dell’azione di danno per responsabilità erariale di amministratori e funzionari pubblici. Argomento trascurato, obliato, relegato a discussioni parlamentari di cui nessuno si avvede o ad emendamenti pirata che qualche deputato volenteroso, nonostante il disdoro dei massimalisti giudiziari, ogni tanto, tenta di inserire qua e là senza che la cosa venga mai analizzata nel complesso per l’enorme portata che essa ha. Perché, salvo rare eccezioni, l’Amministratore pubblico tende a procrastinare decisioni fondamentali? Perché procedimenti amministrativi essenziali per l’avvio o la prosecuzione di opere strategiche sono interminabili? Perché riuscire a transare una causa con la Pubblica Amministrazione è complicato per non dire quasi impossibile? Certo, corruzione, incompetenza e procedure farraginose sono magna pars, ma vi è qualcosa di più letale! Il vero terrore dell’Amministratore pubblico è il danno erariale che lo porta, specie se si trova a svolgere funzioni apicali in settori molto attenzionati – sanità o infrastrutture a titolo di esempio massimo – e, magari per un periodo di tempo limitato, a far scivolare la decisione sul successore, rimandando questioni con atteggiamenti fuori da ogni logica comune. Non è l’ottusità del burocrate a fare “da tappo” ma il terrore di vedersi piombare addosso, a distanza anche trent’anni dall’azione incriminata e dalla cessazione del proprio ufficio, richieste risarcitorie milionarie perché la prescrizione per la responsabilità erariale è contemplata in cinque anni che, però decorrono solamente dal momento in cui il danno per l’erario si concretizza. Detta così non vi sarebbe nulla di strano all’orizzonte, se non fosse per il fatto che, nella più gran parte dei casi, di quel danno, la Pubblica Amministrazione dopo due o tre decenni. Ed allora questo regime prescrizionale esiste per punire realmente l’Amministratore infedele e/o incompetente o, più che altro, per assorbire a scapito del diritto del singolo la cronica lentezza della stessa macchina amministrativa che si assume danneggiata? Da qui funzionari, manager e politici impegnati nell’amministrazione che, ogni volta che devono prendere una decisione, prima di chiedersi quali ricadute vi saranno per il bene della collettività, si interrogano su quali responsabilità dovranno affrontare anche dopo essersi pensionati. Chiediamo ai nostri attuali rappresentati – porgere la domanda al Ministro pro-tempore sarebbe maramaldeggiare nuovamente – se la vicenda sia meritevole della loro attenzione.
  • Obbligatorietà dell’azione penale. La Relazione ministeriale non fa un solo cenno alla cosa, eppure, il tema dovrebbe essere strettamente legato al cavallo di battaglia Bonafediano: la riscrittura della prescrizione penale. Le due cose, invece, sono facce di una stessa medaglia e, difficilmente, possono trattarsi partitamente. Compiendo questo marchiano errore l’unico risultato tangibile sarà aver gravemente leso i diritti dei cittadini senza aver apportato alcun beneficio alla durata dei processi. E’ un fatto semplice per non dire banale. Mantenere l’obbligo dell’azione penale per Procuratori e loro sostituti significa aprire un procedimento anche solo a causa dell’antipatia fra due vicini di casa sfociata in un alterco a voce alta. Quindi, un profluvio di processoni, processi e processini che, stante la ben nota scarsità di risorse, impegna i magistrati inquirenti distogliendoli dal perseguimento dei reati più rilevanti che, molto spesso, appunto, finiscono per andare prescritti. Ma questo non significa che il rimedio debba consistere nell’”abolizione” sostanziale della prescrizione che, in sé, è un istituto pensato e creato proprio per porre un limite alle lentezze della giustizia e conferire certezza al diritto onde impedire che la condizione di “imputato” a vita, cosa meschina e biasimevole tanto per gli innocenti che per i colpevoli. Allora, visto che le due cose sono inseparabili perché occuparsi solo di una cosa – la prescrizione – e non dell’altra – l’obbligatorietà dell’azione penale? Si vuole riformare il sistema o esaltare l’elettorato “giustizialista” per facile ritorno elettorale?

Potremmo proseguire con pagine e pagine di questioni nodali che, nella Relazione, non sono neanche lambite di striscio.

Insomma, Bonafede o non Bonafede, Governo Conte bis, ter, quater, la sensazione è sempre quella di una drammatica inadeguatezza delle intelligenze politiche che ci sono toccate in sorte. Soprattutto, quello che più preoccupa è che, a prescindere dalla colorazione delle compagini al governo del Paese, tutti gli schieramenti, indistintamente, abusino il termine riforma compiendo, ad ogni passo, una costante e preoccupante sottrazione di terreno alla tutela dei diritti civili, sociali ed economici per salvaguardare logore corporazioni e conti economici malandati senza alcun reale pensiero al futuro.

Domenico Francesco Donato