Ci sono guerre che è meglio perdere piuttosto che rinunciare a combatterle. Sono i conflitti di resistenza e di difesa nei confronti dell’oppressore. Guerre, cioè, che hanno a che vedere con il rispetto e la dignità, con le ragioni vere, fondative della vita, purché come tale non si intenda la mera sopravvivenza, bensì il diritto alla libertà in cui si sostanzia la verità della persona.

Oggi nei salotti televisivi i virologi sono stati ampiamente soppiantati da schiere di “analisti” politici e strategici, senonché, a monte di queste valutazioni, vi sono da considerare fattori di altra natura: di ordine morale, relative ai fini e di carattere etico, relative agli strumenti diretti al fine. Purtroppo, pare si stia diffondendo – e speriamo non abbiano, infine, ragione gli autocratici che sognano di confrontarsi con un Occidente dal “ventre molle” – un grigiore che discende da una assuefazione all’individualismo talmente diffusa e penetrante da investire, forse senza che se ne rendano conto, anche ambienti di mondo cattolico che, con tale cultura poco o nulla hanno a che vedere.

L’ individualismo come moneta corrente del nostro contesto civile ed arroccamento di ciascuno su se stesso indulge, appunto, ad una considerazione della vita che si dia come riferimento e misura incontrovertibile di ogni comportamento personale o collettivo. Eppure, dobbiamo chiederci: cosa intendiamo, quando parliamo della vita, per “valore”? Termine che ricorre, nei nostri discorsi, con una frequenza inversamente proporzionale all’ effettiva consapevolezza del suo significato e dell’intensità che lo accompagna. Dovremmo intendere per “valore”, ciò per cui vale davvero la pena vivere. In ultima istanza, se ciò per cui vale la pena vivere non fosse anche “ciò per cui vale la pena morire”, che razza di valore sarebbe?

In questo senso i “valori” – intesi nel senso pieno della loro consistenza ontologica e, ad un tempo, esistenziale – sono anche “principi”, cioè sono costitutivi della nostra umanità, dati “originariamente”, una volta per tutte, a prescindere dalle contingenze storiche che, tutt’al più, modulano alcune forme espressive di una loro sostanzialità che sta fuori dalle coordinate spazio-temporali che ospitano l’accadere quotidiano che, giorno per giorno, ci attraversa.
Principi e valori hanno, cioè – a meno che vogliamo essere sordi alla voce interiore che tutti ci accomuna – una loro immediata evidenza che non esige che siano giustificati o manipolati secondo l’opportunità del momento, bensì accolti nella primitiva, immediata percezione che ne abbiamo.
Si tratta di un discorso retorico o astratto?

Sicuramente no e che non sia così lo attesta la storia. Anche la nostra ed anche quella recente: la storia della nostra Repubblica. La libertà, la democrazia, la costruzione degli ordinamenti istituzionali che le garantiscono, la nostra stessa Costituzione, quel po’ di giustizia sociale che possiamo vantare, gli stessi squarci di pace di cui abbiamo potuto godere, insomma questo insieme di cose le abbiamo ereditate da donne ed uomini che hanno preferito morire liberi piuttosto che tirare a campare da schiavi. E’ retorica bellicista?

Può darsi, ma le cose sono andate così. E se non fossero andate così- per dire il valore della vita – forse molti di noi non sarebbero qui a commentarle. L’ altra sera, in un talk-show, Bruno Tabacci ha ricordato, ad un signore che sputava sulla resistenza ucraina, ma anche ad un generosissimo parroco di Brescia, entusiasta del Vangelo e cultore del magistero di Don Primo Mazzolari, il sacrificio di Teresio Olivelli e ricordava soprattutto come il capo-partigiano che ha condotto a combattere in armi i “ribelli per amore”, sia stato riconosciuto beato dalla Chiesa. In effetti, i martiri della fede, di ogni fede, i santi dello stesso martirologio cristiano, che certo non hanno ucciso nessuno ed hanno sopportano la violenza del persecutore senza opporre resistenza, non sono, a loro volta, uomini e donne che hanno comunque attestato come, prima e più della vita, valga la libertà, la coscienza dei valori, la consapevolezza che vi sia qualcosa di superiore per cui valga la pena morire?

Il pacifismo è un grande valore e merita un enorme rispetto. Rappresenta una straordinaria riserva di energie morali, di sensibilità capaci di accogliere il dolore del mondo per convertirlo in una prospettiva di speranza, ma è pur vero che ricercare la pace, proprio per il valore morale di questo assunto, nulla ha a che vedere con l’essere imbelli. Cerca dolorosamente la pace anche chi resiste e contrasta la violenza insana che vorrebbe umiliarlo e schiacciarlo.
Il popolo ucraino e le sue forze armate lo stanno facendo anche per noi.

Domenico Galbiati