Il conflitto in Ucraina, da questione regionale (come quelli che dalla fine della Seconda guerra mondiale hanno coinvolto vari Paesi a seguito della dissoluzione di formazioni statali, oppure come conseguenza della decolonizzazione), è diventato un fatto di portata globale perché si tratta ormai di un confronto fra USA e Russia nella sempre presente partita per la definizione di un nuovo assetto internazionale.

Nel clima emotivo e militante che caratterizza il mondo politico e mediatico, quasi totalmente allineato a sostegno delle ragioni di Washington, chi fa affermazioni non in sintonia con queste viene silenziato con l’accusa di essere un “putiniano”. Ma chi sono le persone indicate come tali?

Ritengo che vada accantonata l’accusa meramente propagandistica di essere persone pagate da Mosca per difendere gli interessi russi. Quanto a quella che i putiniani siano coloro che guardano con interesse al modello autoritario di cui la Russia è interprete (un Paese in cui permangono chiusure al multiculturalismo, ai nuovi diritti civili, alla comunità LGBT e via dicendo), è possibile che ci sia qualcuno disposto a coltivare questa idea, ma resta un fatto assolutamente marginale. Infatti, l’immagine (o forse il mito) della Russia come grande potenza in grado di esercitare un’influenza sulla pubblica opinione occidentale non è più credibile. Guardando, non solo alla sua debolezza militare (da tempo già deducibile dalla modesta spesa in oggetto, ed ora manifestata palesemente in Ucraina), ma anche ai dati economici e al livello di vita della popolazione, pare evidente che la Russia non disponga di alcuna capacità attrattiva nei confronti di quegli europei insoddisfatti di cosa offra loro il proprio Paese, e pertanto in cerca di modelli (politici, istituzionali o sociali) alternativi.

Vediamo quali possano essere le vere motivazioni di chi non condivide la linea di politica estera oggi dominante nei Paesi occidentali.

1) C’è innanzi tutto chi prende sul serio il pericolo che la guerra possa allargarsi coinvolgendo direttamente la NATO e portare all’impiego delle armi nucleari, una catastrofe planetaria. Infatti, scrive Lucio Caracciolo: “Più lo scontro in Ucraina si prolunga meno sarà governabile secondo ragione. Ogni minuto perso nell’illusione che il conflitto si spegnerà da solo potrebbe rivelarsi fatale”.

A questo timore, si aggiungono le angoscianti domande (poste quotidianamente da papa Francesco) su quanti civili e militari ancora dovranno morire, e quante distruzioni dovremo vedere prima che si capisca la necessità di deporre le armi ricercando soluzioni che tengano conto delle esigenze e dei timori di tutte le parti coinvolte nel conflitto.

2) Cresce inoltre la preoccupazione per le pesanti conseguenze della guerra sul quadro economico, per l’aumento del costo della vita con persone che non riescono ad arrivare alla fine del mese; per le aziende che non ce la fanno più a sostenere i costi energetici andando incontro a fallimenti, o chiusure, o delocalizzazioni. Sono conseguenze negative che, in Occidente, gravano in prevalenza sui Paesi europei: il costo dell’energia per le aziende manifatturiere italiane e tedesche è diventato 8-10 volte più elevato di quello che grava su quelle americane, mentre ci sono quanti fanno ingenti profitti a seguito degli alti prezzi raggiunti dal metano, da varie materie prime e dalle derrate alimentari. Cui prodest tutto ciò?

3) Si aggiunga che, col proseguimento della guerra, si sta mettendo in mora, per logiche di potenza, l’indispensabile transizione energetica mentre il pesante bilancio climatico di questa annata impone di accelerare il passaggio alle fonti energetiche rinnovabili. Infatti, per sostituire il gas russo, non solo si sta ridando spazio crescente al carbone, ma anche allo shale gas la cui produzione comporta ingenti immissioni in atmosfera di metano (72 volte più potente della CO2 nel determinare l’effetto serra).

4) Inoltre, c’è il timore o la preoccupazione per quanto potrebbe accadere in conseguenza di un possibile crollo della Russia (obiettivo a cui sembrano voler tendere alcune agenzie statunitensi, se non Biden stesso, i conservatori britannici, i polacchi, i cechi, i baltici e qualcuno in casa nostra). Abbiamo già visto in passato (da inizio Novecento ad oggi) come il collasso di grandi organismi statali multinazionali, (l’Impero asburgico, il Sultanato ottomano) o di Paesi di media grandezza ma etnicamente o religiosamente compositi (Jugoslavia, Siria, Iraq, Libia) abbia lasciato dietro di sé instabilità, nuove guerre, pulizie etniche, conflitti di religione. Il crollo della Federazione russa potrebbe condurre alla secessione dei suoi territori periferici in Asia e nel Caucaso, generare nuovi conflitti, dare spazio al fondamentalismo islamico, permettere alla Cina di espandersi in Siberia e nell’Asia centrale, o consentire ad una Turchia molto aggressiva di acquisire territori e aree di influenza non solo nel Caucaso e nell’area turkmeno-kazaka, ma anche nei Balcani, nel Medio oriente e in Nord Africa. Qualcuno può credere che siano sviluppi positivi per l’Europa?

Anche una pesante sconfitta di Mosca, tale da provocare la caduta di Putin, non porterebbe i “liberali” alla guida del Paese, ma piuttosto forze ultranazionaliste che avrebbero in mano armi nucleari.

5) Aggiungo un altro motivo che induce numerose persone a vedere con preoccupazione il diffondersi di una assurda russofobia, fatta propria dalla più parte dei media occidentali, una russofobia che sembra voler espellere dal mondo europeo tutto quanto si riconduce alla Russia.

La Russia è invece una componente importante dell’Europa, intesa come la civiltà (o l’edificio culturale) che nel corso della storia è stata costruita con l’apporto dei suoi molti popoli. Senza la Russia, l’Europa non è completa. Lo aveva compreso De Gaulle quando auspicava un’Europa che andasse dall’Atlantico agli Urali. Anche Giovanni Paolo II invocava tale estensione dell’Europa, superando risentimenti e prevenzioni che, come polacco, avrebbe potuto nutrire per questo disegno.

Papa Francesco, nell’omelia del Concistoro del 28 agosto, ha lodato il cardinale Agostino Casaroli per aver saputo assecondare il dialogo fra le due metà in cui era ideologicamente spaccata l’Europa, aprendo nuovi orizzonti che hanno consentito di superare la guerra fredda. Ha poi espresso la sua preoccupazione per il difficile momento attuale con queste parole: “Dio non voglia che la miopia umana chiuda di nuovo quegli orizzonti che Lui ha aperto!”. Il Pontefice ha più volte severamente condannato la guerra intrapresa dalla Russia in Ucraina, ma dubito che la “miopia umana” da lui denunciata riguardi solo Mosca.

Tuttavia sentiamo dire da opinionisti vari che oggi non è la Russia, come nazione, ad essere nel mirino dell’Occidente, ma il suo gruppo dirigente della cui estromissione beneficerebbe il Paese stesso.

Non è così, almeno nelle intenzioni di quegli apparati che definiscono la politica internazionale statunitense da cui nessun presidente si è mai sostanzialmente discostato, eccetto Trump e Bush padre (il quale comprese che la fragile libertà riconquistata dai Paesi dell’est Europa andava accompagnata da atteggiamenti non provocatori nei confronti dei russi o da iniziative da loro interpretabili come minacce). Il nemico, per i sopraddetti apparati, è la Russia in quanto tale (indipendentemente da chi la governi o dal sistema istituzionale adottato). Ci sono due principali motivi a sostegno di questa linea. Il primo: la Russia, per dimensione geografica e demografica, per risorse naturali, per storia e per cultura, ha le caratteristiche per essere una autonoma potenza regionale (come la Cina, l’India e potenzialmente il Brasile e vari Paesi asiatici), quindi un soggetto da ridimensionare. Il secondo: fare della Russia un nemico è indispensabile per giustificare l’esistenza della NATO, e scavare un solco profondo che la tenga separata dall’Europa; una Russia integrata nell’Europa è per l’America un incubo, perché una tale ricomposizione del continente europeo (come auspicato da Giovanni Paolo II e da De Gaulle) inevitabilmente porrebbe fine al ruolo statunitense di unica potenza di respiro planetario.

6) Preoccupa infine la condizione dell’Unione Europea che, al di là dell’apparente unità a sostegno dell’Ucraina, appare priva di una visione di ciò che occorre fare in questo difficile momento, e quindi incapace di far sentire una sua voce. L’Unione è infatti in una condizione di marcata dipendenza da Washington (non propriamente in quella di un alleato di pari dignità) che si farà tanto più rilevante quanto più durerà il conflitto. Inoltre, (contrariamente a quanto recita la retorica imperante) il proseguimento di questa guerra non è avvertito in diversi Paesi europei come qualcosa di vitale e necessario, sicché le difficoltà e i pericoli che da essa derivano, invece di unire i membri dell’Unione, spingono ciascuno di essi ad agire per conto proprio (vedi in tema di energia, immigrazione, misure finanziarie, ecc.) al fine di salvare o tutelare prioritariamente se stesso.

Oggi, in Italia e in Europa, sono in minoranza quanti condividono i motivi di preoccupazione citati, o almeno alcuni di questi, e pertanto dissentono da coloro che vogliono protrarre il conflitto per mettere in ginocchio la Russia, senza considerarne le ricadute negative.

La gente però comincia a fare delle domande, finora inevase, e a chiedere delle risposte, visto il rilevante peso che viene messo sulle sue spalle per sostenere il prolungamento di questa guerra (ben più dello spegnere un po’ i condizionatori, come ha detto qualcuno). Sono risposte che vanno date presto prima che una pesante crisi sociale, determinata dalle ricadute del conflitto, faccia esplodere proteste di massa con tutti i risvolti negativi (talora anche violenti) che le accompagnano.

Giuseppe Ladetto

 

Pubblicato su Rinascita Popolare dell’Associazione I Popolari del Piemonte (CLICCA QUI)