Si parla sempre di più nei media di una società della cura e di una politica della cura . Tanti ne parlano ,ma nessuno si degna di spiegare di cosa si tratta. Come sempre più spesso succede quando la discussione è ridotta a talk-show, a spettacolo, a demagogia o a chiacchiera e non è più dialogo e confronto vero con le persone reali.  A che cosa può servire conoscere il contenuto concreto ed esatto  della parola? Importante è per molti sapere caso mai che effetto può avere la parola. Sapere cioè se la comunicazione ha “fidelizzato” o no i  destinatari, come fa la pubblicità di un prodotto commerciale. Ed infatti nelle “autocritiche” dei partiti la colpa degli eventuali insuccessi è sempre la modalità della “comunicazione”, mai  il suo contenuto.

Ma cosa pensano davvero le persone comuni, non attive in quel forum di discussioni ancora ristrette, quando sentono l’espressione “società della cura”?

E’ molto probabile che si pensi  a due cose soltanto:  all’importanza che la società dedichi più attenzione e risorse ai sistemi sanitari e più attenzione e risorse all’ecosistema sull’orlo del collasso, e quindi, nel nostro caso, alla transizione ecologica.  Certo quell’espressione investe questi due campi. Ma ha anche una portata molto meno riduttiva  che pare ignorata da tutti.  Il termine infatti non è di coniazione giornalistica, o tanto meno partitica,  ma è il prodotto di una cultura antropologica e filosofica che non ha molti  canali di comunicazione con la cultura diffusa, anche se è stato ampiamente utilizzato a partire dall’esperienza pandemica da numerose associazioni spontanee  e gruppi di pressione . Ad esempio possiamo trovare quell’espressione nel Manifesto di Medicina democratica Onlus del 28 settembre 2020: si scriveva qui che nessuno si salva da solo , è necessario costruire la cura di sé, dell’altro, del pianeta e si indicavano nella precarizzazione delle relazioni umane nonché nella debolezza dei sistemi di welfare le cause profonde della pandemia.

In realtà esiste una filosofia della cura sviluppatasi con forza da diversi anni,  una filosofia che, rivisitando i classici antichi, propone di considerare la cura come un aspetto centrale dell’esistenza umana, caratterizzata dall’origine alla fine da una mancanza e insufficienza che richiede sempre il supporto di una relazione umana. Come la pandemia ci ha mostrato. Luigina Mortari, una dei rappresentanti di questo filone di pensiero,  nel suo intervento del 23 ottobre alle settimane sociali di Taranto, ha chiarito , parlando di ecologia, questo ampio campo di applicazione del termine. Ha parlato infatti di questione ecologica come  questione ontologica, ed, in particolare di una “ontologia ecologica” riferendosi al bisogno di concepire  “ il reale  come un tutto interconnesso” e contrastando “la tensione a vedere  il bene come qualcosa di personale distinto o opposto al bene degli altri  [per cui] l’attenzione  per il reale e non solo per il sé  è l’unica attenzione da coltivare” ( L. Mortari, La politica della cura, p. 150)

Se la “cura”  non ha dunque  a che fare unicamente con ambiente e salute, essa finisce per avere a  che fare moltissimo con l’educazione, con  l’istruzione, con il lavoro, con l’economia, con l’ amministrazione del territorio,  in una parola con la politica.  Anzi  per la Mortari “ la cura è il nucleo essenziale della politica , dato che essa “ si realizza come un agire secondo virtù e la politica si fonda su comportamenti che incarnano le virtù “( L. Mortari, La politica della cura, p.110).  Addirittura un Papa aveva già detto che “ la politica è la forma più alta di carità. Seconda solo alla carità religiosa verso Dio” ( Pio XI, 23 dicembre 1927)

Oggi, proprio per questo, una politica della cura si presenta come la vera risposta globale alla società dell’individualismo assoluto ( in cui ciascuno è radicalmente privato delle relazioni, ma dotato di connessioni)  e della finanza neoliberista dominante, a quella che si può anche definire  società dell’ astrazione, o società atomistica, calibrata sul pensiero calcolante più che su quello pensante. Un pensiero calcolante che sacrifica ed umilia la vita e l’uomo concreto.

La politica non può più essere declinata come mera tecnica di dominio ed organizzazione del potere, che prescinde dalla cura concreta ( e dalla conoscenza) delle relazioni ed è ad esse indifferente dato che può contare sulle capacità organizzative e disciplinanti, sulla  “mano invisibile” ( tutt’altro che provvidenziale però) del mercato e della tecnologia e su una uniformazione di ciò che è diverso.  La politica intesa come l’arte del tessitore, l’arte difficile dell’organizzare il “vivere insieme”  nella famiglia e nella società, è invece  il vero grande patrimonio politico culturale comune  europeo ( il WE CARE della von der Leyen che non riguarda solo la lotta antipandemica). A niente, ormai è chiaro. servono le teorie astratte o gli algoritmi che nascono dall’ansia di trovare risposte immediate a ciò che tali risposte non può avere. E’ chiaro anche che ormai la “politica” nostrana ( ma non solo italiana) è grottescamente distante ormai anni-luce da questa idea rimossa e quindi dalla realtà profonda del paese, che ormai non è paese per giovani e neppure un paese per anziani.

Per questa distanza abissale anche le parole d’ordine che muovono e reggono oggi la “politica” italiana e la tengono in vita dando una ragione di esistenza ai partiti sono sempre più bandierine  impugnate senza convinzione, sbiadite, consunte, assolutamente incapaci di convincere e trascinare. Che queste bandierine si chiamino  quota 100, reddito di cittadinanza,  bonus ecologico, o anche DDL Zan,  per non parlare poi dei no al green pass o della lotta grottesca  contro la “dittatura sanitaria”….ben poco cambia. Niente a che fare coi problemi veri e profondi dell’ Italia e dell’ Europa. Niente a che fare con una vera società della cura.

Ma a  nessuno dovrebbe esser consentito dimenticare questo senso originario e fondante della politica. Meno di tutti a noi Italiani che una politica della “cura” l’abbiamo perfettamente iscritta nelle parole della Costituzione. Se proviamo a leggere le parole  utilizzate per designare l’azione delle istituzioni e cioè del potere, troviamo che da noi il potere “riconosce, garantisce, tutela, promuove, rimuove, attua, adegua, favorisce, cura, incoraggia, coordina, disciplina, controlla”. Cioè agisce sempre in funzione di altro, di una realtà concreta che mai si perde di vista, in vista di finalità concrete. Potrei sbagliarmi ma non si trovano mai passi nella nostra Costituzione passi in cui quel potere pensi esclusivamente ad auto-organizzarsi in modo funzionale a se stesso, rappresentandosi come un potere cioè che    instaura,  istituisce, persegue, afferma , agisce , interviene, applica, aderisce, verifica , delibera , decide e via dicendo.

Una società della cura ( con una politica della cura)  è tra l’altro l’unica che può realizzare una vera alleanza intergenerazionale tra giovani ed anziani che rifiuti la contrapposizione semplificante e demagogica ( meno pensioni agli anziani  per dare più lavoro per giovani).   Nell’ottica della cura- e solo nell’ottica della cura-  vulnerabilità e fragilità hanno infatti pari rango e vanno parimenti tutelate, esattamente come fa la Costituzione. Vulnerabilità di chi ha bisogno dell’attenzione, dell’educazione, della tutela, come è necessario per chi entra nella vita e per chi è più giovane o per chi lavora in condizioni spesso non facili, fragilità di chi ha bisogno di esser sostenuto dagli altri, perché da essi sempre più dipendente, anche se capace di aiutare e di venire in soccorso. Noi siamo abituati a curare la fragilità, siamo anzi bravissimi nelle emergenze, ma siamo carenti nel curare la vulnerabilità, ci mancano prevenzione e precauzione. Ma non sarebbe una soluzione fare l’opposto e concentrarci solo sulle vulnerabilità.

Non si possono aiutare i giovani a spese degli anziani, né fare l’opposto. L’alleanza è necessaria. Questa alleanza è poi decisiva per un altro motivo , per combattere la cultura della “necessità”, trasformare la cura  in forza e impedire che, come avviene nel “Codice dell’empio”, descritto nella Bibbia,   la “forza divenga legge di giustizia “ ( Sapienza, 2, 11). Sostenere solo la fragilità a spese della vulnerabilità, come anche l’opposto, non risolve i problemi. E solo il contrasto ad entrambe può consentire di superare la nuova antropologia prodotta dalla finanza senza regole, che è la vera responsabile del consumo e della distruzione delle risorse, che oggi potrebbe operare in nome di una “necessità” che si può sovrapporre alla “necessità ecologica”.  Non può mai esserci una necessità vera ( e tanto meno necessità finanziaria) che contrasti col bene oggettivo e comune. Che è sempre quello che concerne le persone, non le cose, se quella che vogliamo è una “ecologia integrale”, non una natura “salvata” a spese di ciò che è umano.

Umberto Baldocchi