Chi di comunicazione ferisce, di comunicazione perisce. In realtà, lo spettacolo che hanno dato i partiti, un po’ tutti senza eccezione alcuna, è un qualcosa che forse non merita di essere chiamato tale. Il mettere i panni in piazza, la ricerca ossessiva di essere presenti tutti i giorni su giornali e televisione, in una competizione che sembra servire solamente a coprire le tante pochezze, ed anche molte cose inconfessabili che fanno di contorno alla formazione delle liste, hanno allargato la distanza tra quella politica, che reclama tutti i giorni la propria sacralità ed importanza, e i cittadini elettori.

Un tempo era inevitabile che la formazione delle liste elettorali richiamasse attenzione, provocasse frizioni e, persino, scontri. In particolare per ciò che riguardava le rappresentanze locali. Non sono mai mancate le polemiche; ad esempio, in quei territori che venivano privati di una voce e pagano per salvaguardare equilibri nazionali. Ma oggi siamo arrivati a situazioni paradossali in grado di rivelare tutto il “mercanteggiamento” diretto alla ricerca di equilibri che sappiamo già non reggeranno che poche ore, non appena si apriranno le urne e vedremo chi saranno gli eletti. Insieme, si è perso il pudore, il senso del decoro e il rispetto per quella cosa pubblica che dovrebbe trovare nelle elezioni uno dei punti più alti nel metodo e nella sostanza.

Oggi si lamentano morti e feriti. Inevitabili ed attesi per due ordini di motivi. Il primo, è quella riduzione del numero dei parlamentari che si rivela stretto, se non strettissimo, per gli stessi che l’hanno voluto e ne pagano le conseguenze. Con l’aggravante che quella riduzione, venuta a mancare una necessaria e conseguente legge elettorale, aggraverà il già avvertito problema della rappresentanza dei territori e della funzionalità delle due Camere. Il secondo, è discendente dal ripetersi dell’antagonismo bipolare che porta inevitabilmente a far scegliere le candidature non in relazione al legame esistente con il corpo elettorale, bensì con la ricerca esclusiva dell’intesa verticistica tra le parti in causa assemblate al di fuori di ogni logica politica

Centrodestra e centrosinistra offrono l’immagine di un’accozzaglia di sommatorie di interessi e di posizioni ignorando completamente l’esperienza largamente unitaria vissuta attorno al Governo Draghi e al carico di responsabilità dai più assunta con il sostegno espresso per un anno e mezzo di continuità governativa. Niente è più mancante del senso della coerenza e della serietà tra i tanti che ci tengono a presentarsi come dei leader.  Uno dei tanti termini assorbiti dall’inglese facendogli spesso perdere la valenza originaria. Del resto, guardiamo il loro comportamento concreto anche in questa occasione: quasi tutti si candidano in un collegio, ma preoccupandosi di dotarsi di tre, quattro paracadute con altrettante candidature sicure in altri collegi proporzionali. Capitani coraggiosi o “patacche”, come dicono in Romagna?

Prendiamo atto che i problemi del Paese non sono affatto in cima alla loro agenda. E’ l’unica conclusione cui si può giungere dopo aver assistito allo spettacolo indecoroso sulla formazione delle liste, in aggiunta a tutto quello che abbiamo visto prima. Sappiamo già che, da una parte, ascolteremo promesse che non potranno essere mantenute; dall’altra, vedremo gli equilibrismi tesi a tenere insieme cose che non possono affatto stare insieme.

Andremo al voto in un’Italia trasformata in una grande, enorme Siena dove si fa parte di una contrada a vita e  viene costantemente chiesto un perenne atto di fede. Peccato che le cose del mondo non funzionino in questo modo. Ce ne accorgeremo dopo il 26 di settembre quando, purtroppo, si aprirà una pagina nuova, ma resterà un grande odore di stantio di una Politica che non è in grado di auto rigenerazione.

Giancarlo Infante