Per il momento non ci sarà la guerra con l’Iran. Alternando minacce e accenti apparentemente concilianti, Donald Trump ha evitato di infognare gli Stati Uniti ancora una volta in una Guerra del Golfo. Tanto, se rieletto, potrà sempre riaprire il fascicolo.

E a lui interessa soprattutto questo: vincere nuovamente il prossimo novembre. Per farlo è assolutamente necessario evitare un conflitto aperto che in piena campagna elettorale richiedebbe invio di militari, l’aumento delle spese, mostrare in televisione scene di gente in lacrime dopo un bombardamento.

Restano tutte le pietre d’inciampo. A partire dal pessimo clima creato nei rapporti con l’Iraq e dalla voglia di ulteriore vendetta da parte di molte delle milizie sciite oramai presenti dalle coste del Golfo alle rive del Mediterraneo, senza soluzione di continuità.

Gli americani sono stufi di guerre che sono convinti di fare solamente per difendere interessi altrui. Vogliono godersi per bene i dati economici positivi e l’aver raggiunto l’autosufficienza energetica. Ma, insomma, perché farsi andare di traverso una buona bevuta di birra a causa di qualche cammelliere in un deserto già difficile da trovare su una cartina geografica “muta”?

Trump preferisce allora ridimensionare effetti e conseguenze della risposta missilistica degli avversari e accetta la versione del ministro degli esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif: il lancio di ogive contro le basi americane in Iraq deve essere considerata una risposta proporzionata all’uccisione del generale Soleimani.

L’Iran- questa è la tesi di alcuni analisti che al Presidente statunitense fa molto comodo utilizzare adesso – ha abbassato il livello dello scontro. Del resto, egli ha spiegato, il bombardamento americano era stato fatto solo per eliminare un grande terrorista. Trump ha preferito sorvolare sul fatto che il potente generale Soleimani rispondeva direttamente alla Guida suprema del regime iraniano Khamenei e svolgeva una funzione fondamentale dentro e fuori l’Iran, dentro e fuori il sistema di potere e di controllo della teocrazia sciita.

Le borse, così, si sono subito riprese, il prezzo del petrolio è immediatamente calato, i giornali si sono potuti occupare d’altro. Su molte prime pagine non più i missili in volo nei cieli mediorientali, ma i duchi del Sussex, il principe Harry  e la moglie Meghan: dicono “bye bye” alla Regina Elisabetta, rinunciano ai soldi pubblici e si “dimettono” da carica e ruolo per andare a stare in Canada.

Comunque, Trump ha assicurato che all’Iran verranno applicate altre sanzioni e non ha perso l’occasione per  ricordare un po’ a tutti che gli Stati Uniti restano la potenza militare più forte del mondo con una capacità di fuoco ineguagliabile. Non intendiamo usarla, ha detto il Capo supremo americano, ma ce l’abbiamo. Nel caso qualcuno, anche gli alleati, facessero finta di dimenticarsene.

Adesso, se non ci sarà un ulteriore cambio di strategia e se, soprattutto, gli iraniani non compieranno altre azioni contrarie agli interessi statunitensi, la questione non sarà più “cosa solo americana”, come l’ha definita due giorni fa il Primo Ministro israeliano Netanyahu.

Trump, infatti, ha citato espressamente la Nato quale entità preposta ad occuparsi della questione. Così, cercherà d’annacquare al palato degli statunitensi quella brutta notizia che ha dovuto dare due giorni fa con il contrordine al ritiro dei militari Usa dall’Iraq da lui continuamente promesso.

In sostanza, il discorso del Presidente Usa ha confermato che quasi tutto è condizionato dalle prossime elezioni americane.

Così Trump, ancora una volta, si è scagliato contro la precedente amministrazione di Obama definendo di nuovo un errore gravissimo l’aver sottoscritto l’accordo sul nucleare con l’Iran. Però, poi il Presidente dovrà spiegare come concilia il suo rigetto di quell’intesa, gli europei continuano a considerarla estremamente importante, con l’idea di coinvolgere gli alleati nel dossier iraniano in cui resta dirimente la questione dell’arricchimento dell’uranio che ora Teheran dice di voler riprendere.

In ogni caso, la palla torna in campo iraniano. Teheran ha detto che il lancio dei missili contro le basi Usa in Iraq costituiva solo un inizio. Adesso, europei, russi e cinesi già premono perché l’Iran si accontenti di non aver perso la faccia e tenga a freno lo spirito di vendetta che anima le milizie sciite fuori dai propri confini e una popolazione di circa 100 milioni di persone che, dopo l’uccisione di Soleimani, ha mostrato una compattezza sconosciuta da tempo.

Adesso, la vera partita da giocare resta quella dell’allontanamento in malo modo delle truppe americane dall’Iraq, così come richiesto dal Parlamento di Baghdad. Patata davvero bollente per Trump perché potrebbe fargli subire uno smacco troppo grosso.

Si dovrà vedere se con il discorso con cui ha concluso la sua “strana”guerra sarà riuscito almeno a mitigare lo scontro diplomatico in atto pure con Baghdad.