L’involuzione dei sistemi democratici ed il progressivo affermarsi delle autocrazie non è, forse, una sorta di necessità storica, una deriva che, per forza di cose, si impone nel momento della “tecnicizzazione” del mondo e della vita?
Non ha, invece, poco o nulla a che vedere, ad esempio, con Trump ed il trumpismo che di un tale processo sono, se mai, l’effetto piuttosto che la causa?
È necessario andare a fondo, alla sorgente primaria di fenomeni complessi che, in superficie, ribollono talmente da nascondere le regolarità geometriche sottese che ne danno ragione.
La potenza della tecnica
Stiamo assistendo ad una profonda mutazione strutturale del “potere” e, in linea generale, dei “poteri” a qualunque ambito funzionale si riferiscano.
Fenomeno che, con ogni probabilità, deriva o affianca la “potenza” della tecnica che pervade, quasi per osmosi, tutto ciò che le sta attorno, riportando ogni cosa nel suo campo gravitazionale?
Un “demone” capace di autoalimentarsi, quasi fosse cosa viva e della vita sapesse mimare il carattere fondamentale, cioè la facoltà di riprodursi da sé.
Cioè, la “potenza” che autorevolissimi pensatori del secolo scorso hanno giudicato inarrestabile, onnivora ed onnipotente, destinata a sovrapporsi alle nostre competenze funzionali, colonizzandole, fino a soverchiarle, riassorbirle e trasformarle a sua immagine per farne oggetto di ulteriore espansione dei suoi poteri?
Eppure è lo stesso “demone” che Romano Guardini, al contrario, invita a domare e governare.
Dalla ragione che pensa alla ragione che calcola
Noi stessi stiamo già “mutando” e da una ragione che pensa passiamo ad una ragione che calcola?
Da una ragione che conosce i valori in gioco in questo o quel processo e valuta i fini ad una ragione asettica e neutrale che concerne solo i mezzi?
Da una ragione calda, coinvolgente, induttiva, capace di apprendere dall’articolazione infinita del “reale” al quale si apre e, dunque, viva e creativa, passiamo, invece, ad una “razionalità strumentale” impersonale, meccanica, fredda, autoreferenziale, asetticamente cerebrale che, calcolando, deduce teoremi già presupposti e contenuti negli assiomi a monte e, dunque, incapace di produrre, al di là di ogni apparenza, nulla di autenticamente nuovo?
Il vantaggio competitivo sulla democrazia
C’è da stupirsi se, in un tale contesto, un potere pre-formato e piramidale, centralizzato, a suo modo impassibile, prevalga su una libera e plurale dialettica di valori e di opinioni che possono essere portate a sintesi solo a prezzo del tempo e della fatica di un confronto rigoroso tra tutti coloro che appartengono a quel determinato ambito tematico?
I poteri, appunto, della tecnica, dell’economia e della finanza, lo stesso potere della comunicazione non godono forse, a questo punto, di un vantaggio competitivo intrinseco rispetto ai riti, a loro modo pesanti e bizantini, lenti e faticosi della democrazia?
La quale non appartiene all’ordine naturale delle cose ed è, anzi, controintuitiva, per cui non si dà da sé, bensì va curata ogni giorno con scrupolosa attenzione.
Domenico Galbiati