Una lettura del romanzo La fine del tempo di Guida Maria Brera

Sempre di più è impellente infondere responsabilità e etica nel sistema produttivo. Le imprese si sono sempre adattate ai bisogni delle persone, spesso indotti dall’evoluzione della tecnica, che ha creato a sua volta nuovi bisogni. Oggi si ricorre ai click per acquistare, vendere e comunicare in via telematica, ovviamente con tanti vantaggi ma anche con una disintegrazione delle relazioni umani e degli affetti, il che ci proietta in forme di identità sfuggente, liquida, aleatoria.

Guida Maria Brera nel suo romanzo La fine del tempo, La nave di Teseo, 2020, che ruota tutto attorno al tema della finanza, mette in evidenza a pagina 126 che, per effetto del digitale, sta avvenendo uno svuotamento dell’umano: “In quello zaino c’è la catena invisibile che lega il nuovo schiavo all’algoritmo, ma c’è anche il sogno di un futuro diverso. In quello zaino c’è quasi tutto: quello che non c’è più sono i diritti, trasformati in miraggio dagli inganni della sharing economy dove tutto sembra a portato di mano”.

Il protagonista è Philip Wade, professore di Storia contemporanea ed economica al Birkbeck College a Londra, che ha perso la memoria a seguito di un incidente e con fatica ricorda che avrebbe dovuto consegnare per la stampa un libro dal titolo About the End of Time. Scopo per libro di Brera è mettere in discussione il potere che è assoggettato alle regole economiche.  Il professore Wade sostiene che il mondo stava finendo dopo a crisi finanziaria del 2008 e per questo motivo i banchieri centrali sono ricorsi ai ripari: “c’era un’apocalisse da sventare, o almeno da posticipare. La formula magica era il Quantitative Easing: stampare denaro e pomparlo nelle arterie svuotate di un sistema ormai esangue tramite il più grande acquisto di debito pubblico di tutti i tempi”.

Il Quantitative Easing ha spinto, in questa interpretazione, le multinazionali a eliminare la variabile tempo nella finanzia e condiziona l’economia a dominare il pianeta in un eterno tempo presente. Nella figura di Philip Wade, definito un personaggio analogico nell’epoca del digitale, si concentra la nostra paura di fronte ad eventi che ci sovrastano.

E’ dirimente l’accenno al terzo paradosso di Zenone a pagina 35: “la teoria che il movimento non esiste, che è solo un’illusione di quei fenomeni chiamati realtà dagli uomini.” L’incertezza del vivere ci permette di sottolineare che si sta perdendo la lucidità di azione, quando si punta in maniera ostinata alla ricerca del profitto. Difatti, il protagonista del romanzo afferma di essere sempre vigili e non cedere “mai agli idoli del momento, vale a dire alle frasi fatte, alle frasi convenzionali”. Sono parole che rimandano agli idoli del Vangelo di Marco 10, 46-52.

La tecnologia e il digitale nella nostra società sono fattori essenziali ma che contengono conflitti, contraddizioni, squilibri che influiscono nella redistribuzione delle risorse materiali e della conoscenza. E’ un aspetto questo che va approfondito nel dibattito politico e culturale.

Per capire i conflitti in corso, è centrale avere la consapevolezza sulle nuove diseguaglianze per poter approntare un nuovo contratto sociale che vada a beneficio di tutti.

A ben vedere, non è colpa soltanto dei banchieri centrali ma è l’assenza della politica che, non intervenendo, ha lasciato alla finanza un ruolo politico, che ha drogato l’economia per abbracciare la tecnologia creando un nuovo organismo vivente la tecnofinanza. Tutti i giorni si vedono i rider, affitti volatili delle case, imposizioni della tecnologia e del digitale che incidono sulle nostre vite.

La fine del tempo è un libro che fa luce sulle contraddizioni e sulle forzature di un sistema, quello globalista delle delocalizzazioni e dei mutui a tasso zero, che in poco più di dieci anni, dopo il crollo di Leman Brothers nel 2008 e il varo del Quantitative Easing, ha aggravato il divario economico tra coloro che vengono schiacciati dalla morsa del precariato e l’1% della popolazione che occupa la vetta della piramide economica.

Il professor Wade pensa di dedicarsi alla giustizia sociale. Pertanto inizia a scrivere un libro rivoluzionario che dovrebbe mettere in crisi i potentati della finanza, allo scopo “fare esplodere le sue contraddizioni, presenti e future” del capitalismo.

Se vengono finanziate solo le Big Tech, le multinazionali alimentari, responsabili degli allevamenti intensivi che hanno distrutto il fragile equilibrio dell’ecosistema, i fabbricanti di armi, le grandi compagnie che estraggono e producono gas e petrolio, i costruttori di infrastrutture inutili che bucano montagne e deturpano paesaggi, se le banche veicolano la liquidità verso porti sicuri e conosciuti, è difficile cambiare a breve. La crisi da infezione virale della primavera del 2020 potrebbe essere un’enorme opportunità per indirizzare l’economica verso una maggiore consapevolezza del sistema produttivo.

Le pressioni restauratrici enormi. La politica deve liberarsi dal dominio dell’apparato economico finanziario, e può farcela solo tornando a essere centrale nella vita delle donne e degli uomini, spezzando una volta per tutte il legame tra la sopravvivenza dell’umanità e quella di un determinato modello di sviluppo.

Così si esprimeva  J. M. Keynes scriveva nel 1926 nel saggio intitolato La fine del laissez faire, riproposto  in Italia dalla  Utet, Torino nel 2013: “Liberiamoci dai principi metafisici o generali sui quali, di tempo in tempo, si è basato il laissez faire. Il mondo non è governato dall’alto in modo che gli interessi privati e quelli sociali coincidano sempre; né è condotto quaggiù in modo che in pratica essi coincidono. Non è una deduzione corretta dai principi di economia che l’interesse egoistico illuminato operi sempre nell’interesse pubblico. Né è vero che l’interesse egoistico sia generalmente buono”.

Una nota del 3 aprile del 2020 del Financial Times “Virus lays bare the frailty of the social contract” indica che della pandemia sono emersi alcuni aspetti positivi: un senso di solidarietà nelle nostre società polarizzate e la diffusa consapevolezza sulle diseguaglianze. Diventa quindi cruciale proporre un rinnovato contratto sociale a beneficio di tutti e mettere in atto riforme radicali in grado di invertire il corso degli ultimi anni.

Ritornando al romanzo, il professore ricorda di quando è uno stato allievo dell’economista Federico Caffè e alle sue denunce della  vittoria del mercato conto le oligarchie finanziaria. Si ricorda la lapide sulla Facoltà di Economia La Sapienza a Roma a futura memoria dell’assassinio di Ezio Tarantello ad opera delle Brigate Rosse nel 1985, anche allievo di Federico Caffè “L’utopia dei deboli è la paura dei forti”, come a dar forza a non arrendersi mai nella via del miglioramento.

Vagando nella città eterna che ha vissuto negli anni Ottanta per specializzarsi in Economics, il protagonista riannoda i suoi pensieri sulla ascesa inarrestabile dei nuovi padroni del capitale, i signori del silicio, che si sono adoperati per azzerare la variabile tempo e riflette che le regole cambiano ma, cfr. pag. 135, “l’unico tempo diventa quello che scandisce l’eterna presente del consumo di merci” e, cfr.  pag. 129, “Roma è lo spazio di un tempo infinito”

Abbiamo bisogno di una politica che consideri l’uomo come ricercatore di senso per un benessere fisico e spirituale e un’offerta rigenerativa composte da imprese diffusori di senso, non dimenticando che i cittadini chiedono partecipazione, perché l’uomo è essere olostico, dalla radice greca  ὅλος  che sta tutto, intero, totale.

L’interlocutore del professore asserisce che “chi colonizzerà per primo il corpo umano disporrà dei dati per elaborare la macchina perfetta. La posta in gioco l’intelligenza artificiale, il nuovo salto nell’evoluzione della specie”, cfr. pag. 155, ma il professore Wade dice che la guerra dei data non la combatterà.

Bonaventura Marino

 

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