La tecnologia, in particolare nelle sue forme più avanzate ed intrusive, suscita sentimenti contrastanti.
Di stupore, ammirazione e speranza, di inquietudine, timore e sospetto.
Come se, ad un tempo, rivelasse la nostra straordinaria capacità di esplorare fino a profondità che neppure potevamo immaginare, l’impensabile ricchezza del reale.

E, per contro, come se fosse minacciosa, quasi potesse avocare a sé brandelli della nostra essenza umana, così da scomporre e mutilare talune nostre facoltà . Importanti pensatori – ad esempio, Heidegger o il nostro Emanuele Severino, cresciuto in Cattolica alla scuola di Gustavo Bontadini e poi inerpicatosi per altre strade – hanno voluto metterci sull’avviso circa quel potere intrinseco al “demone” – nulla di satanico, per carità – della tecnica che ineluttabilmente la sospinge verso processi di auto-alimentazione, tali per cui cresce incessantemente su di sé e si sottrae ad ogni limite, fino a costringerci, per forza di cose, dentro la sua logica meccanicistica, sostenuta dagli algidi automatismi dell’ algoritmo.
In altri termini, ancora una volta e sia pure in tutt’ altro contesto, l’ “uomo ad una dimensione”, di cui diceva Herbert Marcuse in anni ormai remoti?

Eppure dovremmo chiederci se questa visione allarmata sia l’unico approccio possibile al mondo della tecnica ed alla miriade di strumenti, percorsi e nuove visioni che sembra offrirci.

Siamo destinati a soccombere, assorbiti dalla irresistibile forza gravitazionale della tecnica dentro una sorta di buco nero in cui si smarrisce ed evapora la consapevolezza che l’uomo ha di sé?
E se la destinazione ultima del cammino di crescita esponenziale della tecnica, dipendesse – come se anche qui valesse un principio di indeterminazione – più di quanto pensiamo, dal nostro sguardo?

La tecnica necessariamente ferisce, frammenta, compromette le fondamenta del nostro essere umani, oppure ne mette in luce, per successive sottrazioni di ciò che è meramente accidentale, il torsolo, il nucleo più consistente e profondo della sua sostanza, la ragione incontrovertibile del nostro essere donne ed uomini?

In fondo, dall’invenzione della ruota e dalla costruzione della prima carriola fino alla creazione dell’intelligenza artificiale, la tecnica non ha fatto altro che permetterci, se così si può dire, di “esternalizzare” attribuzioni funzionali che, in quanto appunto riproducibili in apparati tecnici, dovremmo considerare fenomeniche e storicamente determinate piuttosto che necessarie e sostanziali in ordine alla definizione ontologica di ciò che davvero siamo.

Tocca alla politica, non solo al momento della riflessione culturale, farsi carico di tematiche che, ad un tempo, fanno tremare i polsi e rendono conto dell’ insondabile ricchezza della nostra umanità.

Ed, intanto, per dirla spiccia, anziché genufletterci al soglio dell’IA, quasi volessimo invocarne la clemenza, teniamo presente che se essa sa leggere le righe che le somministriamo, l’intelligenza naturale sa leggere tra le righe e “dentro” le righe.

Domenico Galbiati

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