Ci risiamo. Ancora una volta le traversie della Telecom, ma lo  è stato appena recentemente anche  con l’ennesima vicenda Alitalia, ci fanno interrogare sulle condizioni del “sistema paese” e, ovviamente, sulla capacità da parte del sistema politico – istituzionale di garantire la sopravvivenza del primo.

Lo speriamo soprattutto oggi con la presenza di Sergio Mattarella al Quirinale e Mario Draghi a Palazzo Chigi: che lo Stato intervenga per la salvaguardia dell’italianità di una “dorsale comunicativa” nazionale. Non si tratta di difendere in astratto il Tricolore, ma di preoccuparsi, nel pieno della “transizione” anche digitale di un patrimonio la cui tutela non può certamente essere lasciata nelle mani di interessi parziali, e per di più esteri, americani, francesi o altri che siano poco importa. E’ quello che, in sostanza, emerge dalla “chiacchierata” che su questa freschissima vicenda fanno Giuseppe Sacco e Sergio Bellucci che a lungo di è occupato della Telecom ( CLICCA QUI ).

Di passaggio, non si può non notare come quella che si può chiamare una vera e propria “emergenza” Telecom vede la convocazione di domenica del suo consiglio d’amministrazione in merito alla proposta di vendere a un fondo americano. Parliamo della prima compagnia telefonica a rete fissa e della seconda mobile italiana. Non sono cose di poco conto.

Al di là della retorica sovranista di questi anni, cui abbiamo visto abbandonarsi un bel po’ di politicanti, è sui veri patrimoni nazionali che dobbiamo dispiegare l’unità perché si tratta di fondamentali risorse strutturali  che non possono essere lasciate esclusivamente in gestione ad un libero mercato interessato esclusivamente alla logica del profitto finanziario immediato.

La mancanza di questa sana tensione nazionale ci ha fatto perdere nel passato l’industria chimica, buona parte della grande distribuzione alimentare, quasi tutto il Made in Italy, oggi, abbondantemente  in mani straniere. Con la differenza che comprare questa o quella borsetta, sia pure dal valore medio di molte migliaia di euro, poco fa cambiare la futura nostra fisionomia nazionale, mentre invece il controllo e la gestione del digitale di un intero paese può davvero modificarne il futuro e limitare fortemente persino la sua azione autonoma e indipendente.

E qui, dunque, ancora una volta si pone il grave problema della nostra attuale situazione politico parlamentare.

E’ evidente che sia il Parlamento, questo Parlamento che abbiamo oggi, sia il Governo vivano una fase che definire inusitata è dire poco. Si pone il problema di dare al Paese un assetto credibile, stabile e in grado di affrontare questioni come quella della Telecom, che è molto di più di una compagnia telefonica, all’interno di una visione strategica ed uscendo dalla logica dell’emergenza in cui spesso ci cacciano incapacità prospettiche, equilibrismi di potere e il peso di non regolati interessi contrapposti. Le elezioni anticipate potrebbero essere un rimedio peggiore del male e vedremo se dopo la scelta del nuovo Capo dello Stato non emergerà qualche avventuristica velleità di questo genere.

Ma è ineludibile arrivare ad un cambiamento radicale del quadro politico attuale cui ci potrebbe portare solamente un nuovo sistema elettorale in grado di ridare voce all’intera società italiana in rappresentanza d’interessi reali e con autentica espressione del corpo civile. In attesa di questo, le attuali forze politiche dovrebbero iniziare a presentarsi al cospetto degli elettori non raccontandoci degli equilibri che intendono trovare al loro interno e tra di loro, visto che sono espressione dell’appena metà degli aventi diritto al voto, ma delle idee che hanno per rimettere in carreggiata questa povera Italia.

Giancarlo Infante