L’ offerta di acquisto dell’azienda Tim da parte del Fondo statunitense Kkr pone più di un interrogativo sulla tenuta del Sistema Italia.
Il Gruppo Kkr agisce ,secondo la logica propria dei “Global Player”, alla ricerca di opportunità di realizzazione di profitti , i più elevati possibili, sulla base di uno scenario globale in continua evoluzione. L’ iniziativa di Kkr conferma la vitalità del “neo-liberismo”, nonostante le recenti difficoltà emerse per effetto della pandemia provocata dal Covid
19. Questa acquisizione afferma che il tornaconto del Capitale viene prima degli interessi strategici di un Paese, in questo caso dell’Italia.
Non si conosce il futuro piano industriale del potenziale nuovo socio unico di Tim per poterlo analizzare dal punto di vista dell’interesse generale italiano. Comunque sia, emerge con forza la questione dell’importanza strategica della proprietà della rete e della sua gestione, nonché della presenza sul mercato di una imprenditorialità competitiva. È una questione che sta sui tavoli governativi dagli anni sessanta, in particolare dai tempi del Piano Iri sull’elettronica.
Già allora è stata insistente la domanda alla Stet-Iri di investimenti nelle nascenti tecnologie digitali. La Stet, invece, lasciò il rischio -e i risultati- della R&S alla tedesca Siemens, nonostante la società statale italiana abbia giustificato numerosi e significativi aumenti delle tariffe telefoniche quale copertura finanziaria dei nuovi investimenti tecnologici. Da quegli anni in poi, la storia aziendale e societaria del gruppo Telecom- Tim è stata una vicenda lontana dai vertici mondiali, ma non è questa la sede per un opportuno approfondimento.
In merito all’operazione Kkr , il primo passo da parte delle Istituzioni italiane sarebbe l’acquisizione della rete ,utilizzando la forza contrattuale derivante dalla “golden share”. Sarebbe un passo molto importante nel
realizzare una innovativa strategia nel possesso e nella gestione, al servizio di tutto il sistema economico-sociale, delle infrastrutture strategiche. In altri termini, è stata già più volte evidenziato come debba essere tenuta separata dalla attività di impresa la regolamentazione delle reti dal momento che la prima obbedisce a criteri di massimizzazione del profitto, mentre la rete deve svilupparsi in funzione degli interessi di tutto il sistema delle imprese. Ciò ,come vale per le TLC, vale anche per l’energia elettrica , i trasporti locali etc. .
Nella nostra storia di politica industriale non si è mai perseguita una netta separazione tra il modello di business dell’impresa e le politiche locali di sostegno al lavoro. Va, invece, lasciato che le forze del mercato e il ruolo
equilibratore dello Stato operino senza inquinare i propri fini. L’ operazione Tim può essere l’occasione buona per lo scorporo dalle imprese di telecomunicazioni delle reti . A questo proposito si pone, dunque, la questione di quale strumento usare per fare l’operazione.
L’attenzione si ferma su Cassa Deposito e Prestiti ( CDP); un’obiezione: non è facile rilevare nel suo portafoglio titoli una omogenea presenza di partecipazioni societarie nei settori tecnologici. Forse, l’ipotesi da perseguire può essere quella di una società pubblica che si specializzi in reti.
Un’ulteriore riflessione. Nell’eventualità che l’acquisizione di Tim da parte di Kkr avvenga , può essere conveniente per il sistema produttivo italiano che tra Tim e le Università/i Centri di ricerca , incentivati da risorse pubbliche, anche quelle del Pnrr, si creino piani/progetti di innovazione tecnologica pluriennale. In tale modo si costruisce un radicamento strutturale anche nel territorio italiano degli interessi economici del gruppo Kkr, grazie ad una sinergia con la creatività del mondo scientifico. È , anche, una via per bloccare sul nascere eventuali tentazioni di
speculazione finanziaria.
Roberto Pertile