Nel suo più recente articolo, Giancarlo Infante torna sul tema della creazione di un nuovo soggetto politico di ispirazione cristiana. Una forza organizzata, aperta a credenti e non credenti, che trovi nella Dottrina Sociale della Chiesa e nella Carta Costituzionale il suo riferimento di fondo.
Ne abbiamo discusso a lungo nel tempo che ha preceduto la pandemia ed è giusto tornare fin d’ora sull’argomento, in vista della ripresa di una vita normale. Per arrivarci non basterebbe delineare un percorso di carattere empirico che sovrapponga l’uno all’altro spunti programmatici diversi, sia pure coordinati in una cornice di reciproca compatibilità. Del resto, non è sicuramente questo l’obiettivo dei gruppi di lavoro programmatico messi all’opera da “Politica Insieme”.
I progetti pertinenti le differenti aree tematiche in cui si intende intervenire devono rispettare una ordinata armonia che si ottiene solo qualora derivino da una radice comune. Detto altrimenti, c’è un substrato oggettivo consolidato e stabile su cui costruire? Verrebbe da dire : c’è una verità, una cognizione di ciò che è più che autenticamente umano, tale per cui, per quanto la politica sia, per sua natura, il campo di ciò che è sempre e comunque opinabile, assicuri alla proposta politica che vi si ispira, una coerenza interna che, senza cadere in nessun dogmatismo, la renda effettivamente solida e consistente?
Del resto, il fatto che la politica sia sempre discutibile ed opinabile non significa che la si debba necessariamente ascrivere all’orizzonte del “relativismo” oggi imperante. O è piuttosto vero il contrario, cioè che effettivamente quest’ultimo, come ce la raccontano certe correnti ispirate al “pensiero debole”, è addirittura, nella nostra società plurale, il presupposto necessario alla tolleranza ed alla democrazia?
Nell’attuale clima culturale, sembrerebbe fuori luogo che la politica – la democrazia, la libertà che ne rappresentano, ad un tempo, la condizione di possibilità ed il fine prioritario – piuttosto che fondarsi su una mera convenzione sociale, abbia a che vedere con la “verità”.
Eppure non sta forse qui la ragione e la radice ultima del nostro impegno da credenti, che tengono ferma quella visione trascendente della vita e del mondo che non appartiene affatto solo alla dimensione religiosa, ma pur e’ andata impallidendo fin quasi a scomparire? Insomma, per riportare ad un qualche ordine di governabilità l’intreccio labirintico in cui ci di battiamo, il “potere” basta a sé stesso?
E’ sufficiente che fondi la sua legittimità sull’incerta piattaforma di un “patto sociale”?
Oppure non ha bisogno almeno di quel filo d’Arianna che comunque, per quanto ancora non riesca a decifrarlo chiaramente, via via, un passo dopo l’altro, gli consenta di approdare a quel fondamento di “verità’” che rende duratura ed efficace, sicura e stabile la sua azione?
“È la domanda che pone anche la moderna dottrina dello Stato: può la politica assumere la verità come categoria per la sua struttura?”, se lo chiede Papa Benedetto XVI, che aggiunge: “O deve lasciare la verità, come dimensione inaccessibile, alla soggettività e invece cercare di riuscire a stabilire la pace e la giustizia con gli strumenti disponibili nell’ambito del potere? “Ma, d’altra parte, che cosa succede se la verità non conta nulla? Quale giustizia allora sarà possibile? Non devono forse esserci criteri comuni che garantiscano veramente la giustizia per tutti……? Non è forse vero che le grandi dittature sono vissute in virtù della menzogna ideologica e che soltanto la verità potè portare la liberazione?”.
E così continuano le domande – retoriche – di Papa Benedetto che consegnano anche a noi, pur nella fase ancora quasi embrionale del nostro nuovo impegno, un compito di responsabilità più oneroso ed impegnativo di quanto siamo soliti pensare: “Che cos’è la verità? La domanda del pragmatico (Pilato), buttata lì con scetticismo, è una domanda molto seria, nella quale effettivamente è in gioco il destino dell’umanità. Che cosa è, dunque, la verità? Possiamo riconoscerla? Può essa entrare, come criterio, nel nostro pensare e volere, nella vita sia del singolo che in quella della comunità?”.
Domenico Galbiati
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