Massimizzare il potenziale dei benefici e rendere sostenibili i costi sociali è stato il tratto caratteristico delle politiche del lavoro e del welfare attivate nei principali Paesi sviluppati con risultati lusinghieri. La crescita dei nuovi posti di lavoro si è rivelata di gran lunga superiore a quella precedente, con il corredo del miglioramento delle retribuzioni dei lavoratori e dei livelli di sicurezza sociale.

Il paradigma ha cominciato a vacillare per le conseguenze della globalizzazione delle filiere produttive che ha comportato una significativa ricollocazione delle attività manifatturiere nei Paesi in via di sviluppo, con vantaggi significativi per le grandi aziende multinazionali e per le istituzioni finanziarie che hanno riorientato l’impiego delle risorse, provocando una crescente disaffezione dei cittadini verso le istituzioni pubbliche.

Come abbiamo evidenziato in un recente articolo, l’impatto negativo si riscontra nella crisi delle relazioni geopolitiche e nel tentativo di ricostruire un nuovo ordine mondiale fondato sui rapporti di potenza tra gli Stati nazionali orientato al controllo delle applicazioni dell’intelligenza artificiale (di seguito AI). Un’evoluzione che comporta un palese aumento dei conflitti di varia natura e una sottovalutazione dell’impatto delle nuove tecnologie digitali sugli apparati produttivi e distributivi degli Stati e sui comportamenti delle persone.

Le nuove tecnologie non si limitano a ridurre la fatica, a incrementare la produttività dei sistemi produttivi e la capacità di calcolo e di trattamento delle informazioni, ma vengono incorporate in prodotti e servizi che offrono soluzioni tramite algoritmi che trattano una massa enorme di informazioni e dialogano con altre applicazioni della medesima natura.

Hanno caratteristiche di pervasività in tutti gli ambiti della vita, con una velocità di impiego, e di anomia delle scelte operate, che ridimensionano il ruolo dell’intelligenza cognitiva ed emotiva delle persone nella sfera delle decisioni e dei comportamenti, in grado di alterare caratteristiche antropologiche di intere comunità.

Nei vari ambiti delle organizzazioni del lavoro, sono potenzialmente in grado di sostituire l’attività umana e di rendere obsolete la stragrande maggioranza delle professioni esistenti, ivi comprese quelle che hanno concorso a trasferirle negli ambiti produttivi.

Questa evoluzione ripropone in altri termini due dilemmi storici: come impedire l’ evoluzione incontrollata delle applicazioni di AI subendo le conseguenze di una perdita di competitività e di mancati benefici rispetto alle altre nazioni e alle imprese che le adottano; come ripensare la funzione dei sistemi produttivi e redistributivi del reddito, se si riduce la quota delle persone occupate che finanziano gli investimenti pubblici e le prestazioni sociali.

Pertanto, la mancata redditività degli investimenti associata alle criticità delle relazioni geopolitiche possono comportare rischi recessivi con conseguenze catastrofiche.

Spence ripropone, in altri termini, il ruolo centrale delle persone, delle comunità e delle innovazioni sociali come complemento indispensabile per la sostenibilità di quelle tecnologiche.

La prospettiva di una drastica riduzione delle opportunità di lavoro offre nuovi argomenti per i sostenitori dell’esigenza di adottare modelli di distribuzione del reddito che prescinde dall’attività lavorativa. È un’ipotesi che mette in discussione l’intero impianto della distribuzione primaria del reddito tra capitale e lavoro e della sostenibilità del finanziamento delle prestazioni sociali legata ai prelievi fiscali sulle fonti di reddito.

Infatti, la crescita della popolazione attiva è diventata la condizione imprescindibile per la sostenibilità delle persone a carico della collettività, in particolare della spesa per pensioni e sanità, legata all‘invecchiamento della popolazione. Ma l’eventuale evoluzione, che potremmo definire “parassitaria e assistenzialista” della distribuzione del reddito finanziata dalla produttività dei robot, dovrebbe fare i conti con i vantaggi fiscali offerti agli investimenti da parte di altre nazioni e con l’esigenza di ripensare le prestazioni in essere di milioni di pensionati e di beneficiari di prestazioni sociali.

Tutto ciò rende probabile un’evoluzione contraddittoria dei fenomeni, con la prevalenza della forma dell’ibridazione delle competenze rispetto alla massiccia sostituzione dei lavoratori.

Nonostante le incertezze sul versante politico e economico, che consigliano di affrontare i problemi con un approccio pragmatico, le analisi svolte confermano la centralità assunta dagli investimenti rivolti a migliorare le competenze dei lavoratori e della popolazione. Sono indispensabili per trasferire e utilizzare le nuove tecnologie nelle organizzazioni del lavoro, per veicolare la partecipazione ai prodotti e per beneficiare dei nuovi prodotti e servizi.

L’incorporazione di attività concettuali ed esecutive nelle applicazioni AI esige un profondo ripensamento del rapporto tra persone e tecnologie. La componente umana va salvaguardata a monte dei processi produttivi per rendere compatibili le finalità commerciali con i valori e le tutele degli utilizzatori e degli utenti/consumatori, e a valle degli stessi per personalizzare la qualità dei servizi.

L’erogazione dei beni relazionali da parte di istituzioni pubbliche, imprese private e organizzazioni sociali (lavoro di cura, cultura, istruzione, sicurezza, servizi di inclusione) è destinata a diventare una componente essenziale delle nuove economie, finalizzata a influenzare le caratteristiche delle organizzazioni del lavoro e dei profili professionali.

Natale Forlani
Pubblica su www.ilsussidario.net

About Author