La tragedia di via dell’Antracite a Pietralata, dove tre vite si sono spente nel silenzio assordante di un appartamento di periferia, non può essere derubricata a semplice fatto di cronaca nera. La presenza di una bambina di soli cinque anni affetta da una grave disabilità e il gesto estremo nato dalla disperazione mettono a nudo la fragilità della nostra società, che finisce per sgretolarsi proprio dove la vita si fa più complessa.

Nel modo in cui la modernità affronta la vulnerabilità si nasconde un’illusione sottile quanto devastante: la convinzione che basti adempiere alle pratiche burocratiche — erogare un assegno di cura, programmare la visita di un assistente sociale, sbrigare una pratica amministrativa — per potersi dire in regola con la coscienza e aver dato risposte adeguate.

Ma la burocrazia è fredda e anaffettiva: misura i bisogni materiali, non la solitudine; gestisce le emergenze, ma non offre una presenza costante. Così facendo, l’assistenza si trasforma in una delega totale scaricata interamente sulle spalle della famiglia. Inevitabilmente, le mura domestiche smettono di essere un luogo di protezione e rischiano di diventare una prigione emotiva e materiale.

​Il punto cieco del nostro sistema risiede nell’aver dimenticato il valore inestimabile delle relazioni quotidiane: l’ascolto spontaneo, la vicinanza di quartiere, la solidarietà informale e la certezza di non dover portare da soli un peso sproporzionato. Quando una comunità perde la capacità di accorgersi dell’altro e si affida soltanto agli interventi istituzionali calati dall’alto, il tessuto sociale si sfilaccia. Si crea così una forma subdola di abbandono, in cui l’assistenza formale rimane in vigore, ma l’infrastruttura umana scompare.

​Per evitare che la fragilità si traduca in una condanna all’isolamento serve un cambio radicale di prospettiva. Occorre superare la logica secondo cui la risposta ai drammi umani sia una mera equazione tra risorse statali e bisogni individuali. È fondamentale restituire centralità alla comunità, costruendo un’alleanza reale e circolare tra istituzioni, terzo settore e reti di quartiere.

La cura autentica non si acquista sul mercato e non si eroga per decreto: nasce dalla fraternità e dalla condivisione delle fatiche quotidiane. Senza una rete di relazioni umane sincere, anche la macchina assistenziale più efficiente rischia di arrivare sempre troppo tardi.

Tiziana Nesta

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