“È inutile negare la realtà” dice la ballata di una canzone rock alla moda.  Il motto vale anche per i più eminenti banchieri centrali del mondo davanti allo scenario del ritorno dell’inflazione.

La Federal Reserve (FED) Americana non solo riduce gli acquisti di titoli ma ha già annunciato che entro marzo aumenterà anche i tassi di interesse. E’ probabile che avverrà il giorno “delle tre streghe” ovvero l’ultimo venerdì del mese, quando si liquidano le posizioni a termine di Borsa. La Banca Centrale Europea (BCE), pur iniziando a sua volta a ridurre gli stimoli dell’economia, ha invece ribadito che non intende aumentare i tassi per il prossimo anno.

Dopo avere constatato che l’inflazione si manifesta in modo differente nelle due aree geografiche globali, più marcata in America (6,8% con l’indice CPI) e più contenuta in Europa (4,9% con l’indice HICP) gli americani sono giunti alla conclusione che gli aumenti dei prezzi di materie prime, energia e trasporti sono ormai consolidati. Per gli europei-con l’eccezione dei tedeschi sempre più allarmati- sono invece prevalentemente i costi dell’energia a spingere l’inflazione, mentre  materie prime e  servizi sono più volatili e gli aumenti potrebbero rientrare già dalla prossima primavera. Sono due indirizzi diversi di politica economica che si confrontano.

La FED è più aggressiva, dopo avere constatato il rientro della disoccupazione vuole evitare che si protragga il tempo dei tassi a zero che ritiene rischioso, e quindi non solo azzererà gli acquisti di titoli ma avvierà il primo rialzo dei tassi di interesse. a BCE è più prudente e vuole evitare una stretta creditizia prematura che rischi di raffreddare la ripresa in corso.

Che cosa succede quando le due banche centrali di così grande rilevanza decidono di percorrere strade diverse?  E’ da tempo che le politiche monetarie convivono con scenari “non convenzionali”: prima il crollo dei mutui “subprime”, poi le crisi dei debiti sovrani e quindi la pandemia da covid-19. Adesso sono chiamate ad affrontare ancora una volta situazioni da tempo non conosciute

Se in America il costo del denaro sale, da un lato verranno meno gli stimoli all’economia e nello stesso tempo i titoli di Stato diventeranno più remunerativi (quelli a lungo termine sono già in crescita da tempo). Di contro, in Europa resteranno gli incentivi sia pure con minori acquisti di titoli e con  tassi di interesse prossimi allo zero.

Gli effetti delle politiche monetarie divergenti comportano il rischio di instabilità valutaria e questo non potrà non avere conseguenze sulle filiere delle materie prime, dei trasporti e dei servizi e quindi sui costi e ricavi delle imprese. Già non è facile approvvigionarsi nei mercati e sostenere costi di trasporto soggetti a continui aumenti (i noli marittimi in particolare). Figuriamoci dover fare i conti anche con un dollaro più forte.

Nel considerare la situazione europea occorre inoltre tenere in conto che tassi di interesse più elevati pongono problemi molto seri sui bilanci dei diversi Paesi ed in particolare di quelli che hanno notevolmente aumentato il debito pubblico per fare fronte alle esigenze imposte dalla pandemia.  Non si può infatti ignorare il peso che gli interessi sul debito assume sottraendo risorse alla spesa corrente. Per averne una idea è sufficiente considerare che l’Italia nel 2020 ha sostenuto interessi sul debito pubblico per 57 miliardi di euro in costanza di tassi ancora contenuti: un importo che da solo vale  una manovra finanziaria.

L’ obiettivo comune delle due banche centrali in ogni caso è quello di evitare il rischio di una “stagflazione” se la ripresa si ferma, come già avvenuto negli anni settanta. Chi c’era ben ricorda la spirale perversa tra la marcata inflazione e nello stesso tempo la  stagnazione economica, dalla quale l’uscita è stata lunga e faticosa. Ecco perchè l’anno che si apre sarà decisivo sia per il contenimento della pandemia sia, almeno per noi, per dare stabilità alla ripresa in atto.

Guido Puccio