La politica economica del Governo Draghi comprenderà una politica delle imprese? Forse non nel senso tradizionale, ma gli accenni all’opportunità di discernere tra le imprese suscettibili di ripresa e no, lo fa pensare. Nell’incontro con le parti sociali prima della costituzione del Governo, a quanto viene riferito da qualche partecipante, Draghi si sarebbe impegnato a instaurare un metodo di confronto continuativo, apprezzando proposte delle parti sociali non settoriali, ma che guardino all’interesse generale. Tuttavia non sembra (ancora) di cogliere un affollamento di proposte con queste caratteristiche da parte dell’associazionismo di rappresentanza.
Le questioni molto discusse – ristori da un lato, tema più agitato dalla politica, ed exit strategy dal blocco dei licenziamenti, e, meno discussa, l’uscita dal blocco delle chiusure aziendali – attengono sempre alla gestione della emergenza. Da questa prospettiva non evade il DL 30 del 13 marzo scorso.
Si vorrebbe invece che proprio la situazione eccezionale desse il destro per correggere la rotta, laddove necessario. Tuttavia una recente indicazione del Presidente del Consiglio esplicita – ed instaura – un metodo diverso: “Nel 2021 i soldi non si chiedono, si danno”. Draghi padroneggia bene pure l’economia delle parole e sa dire molto con poco. In questo caso si può anche dedurre che di ciò che non è tempo di fare, è prematuro parlarne. Ci devono essere tuttavia delle sedi nelle quali si lavora per trovarsi preparati nei momenti opportuni che seguiranno.
Fin qui infatti le politiche per le imprese nell’emergenza somigliano a quegli interventi urgenti di chirurgia o farmacoterapia, che, per salvare il paziente, accettano anche effetti indesiderati importanti, purché sostenibili, rinviando a fasi successive di riabilitazione il recupero pieno. E non sempre solo con qualche complesso vitaminico.
Del resto  un atleta impegnato a migliorare le sue prestazioni in vista (speriamo) delle Olimpiadi, interrompe la preparazione se sopravviene il Covid o un più ordinario infortunio muscolare, e riprenderà la preparazione dopo la guarigione, ripartendo da una condizione più bassa rispetto a quella precedentemente raggiunta.
Le imprese italiane, o almeno  larga parte di esse, si trovano in questa condizione. È bene formulare per tempo i protocolli ai quali si dovranno attenere gli interventi di sostegno per la ripresa, che al momento opportuno dovranno essere tempestivi e incisivi. Ci sono due caratteri strutturali del sistema imprenditoriale italiano i cui limiti sono stati in diversi casi aggravati dalla gestione dell’emergenza. Da questi bisogna ripartire.
Il primo è il carattere bancocentrico delle imprese italiane, comparativamente meno capitalizzate e più dipendenti dal capitale di debito. Il secondo carattere riguarda la diffusione eccessiva della dimensione micro e piccola. Inoltre sta diventando urgente mettere a fuoco alcune situazioni e tendenze nei mondi dell’artigianato e delle cooperative.
Sarebbe impossibile comprimere in un unico intervento i tre temi. Di seguito inizio dal primo, ripromettendomi di riprendere successivamente gli altri.
Da anni le autorità nazionali ed europee (si potrebbero trarre diverse citazioni dalle Considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia) invitano a incrementare la capitalizzazione delle imprese italiane, perché la necessità per le banche di selezionare più accortamente gli affidamenti potrebbero mettere a rischio le imprese meno patrimonializzate.
Negli ultimo decennio la situazione di molte imprese era gradualmente migliorata (riduzione della leva finanziaria, etc) anche all’esito di alcune misure pubbliche (ACE, PIR, minibond, e così via). Ma l’impatto economico della Pandemia e gli effetti sulle imprese delle misure restrittive adottate dal Governi per contrastare la Pandemia stessa, hanno comportato un arretramento. “Gli interventi di sostegno hanno evitato la fuoriuscita dal mercato di imprese le cui difficoltà erano di natura temporanea. Nel medio termine, tuttavia, l’aumento del debito delle aziende più colpite dalla crisi potrà pesare sulla loro capacità di sostenerne gli oneri, con ricadute negative sulle possibilità di investire e di competere” (così si legge nella recente audizione della Banca d’Italia sullo squilibrio della struttura finanziaria delle imprese post-Covid – A. De Vincenzo, Capo servizio stabilità finanziaria il 18 marzo in Commissione Finanze alla Camera).
Da qui due esigenze. La prima è di una realistica gradualità nella transizione dall’emergenza al rilancio, ovvero che alcune misure adottate nel pieno della crisi non vengano abbandonate né troppo presto né in un sol colpo. Concorda su questo Banca d’Italia, ed è materia di una lettera congiunta del 15 marzo di ABI e delle principali associazioni imprenditoriali (Alleanza delle Cooperative Italiane, Confindustria, Confartigianato, Confcommercio, Confagricoltura e Coldiretti, etc) alle autorità nazionali ed europee. Un punto rilevante è la richiesta che la durata massima delle garanzie pubbliche venga elevata da 6 a 15 anni. Si propone altresì che vengano favorite le operazioni di ridefinizione della durata del debito e di sua ristrutturazione.
La seconda esigenza è quella di mettere al centro della politica per le imprese l’adeguamento della capitalizzazione. Non si parte da zero, perché oltre alle misure già citate, alcune previsioni erano contenute nel DL 34 del 2020 (cd Rilancio), quali contributi a fondo perduto per le più piccole, crediti di imposta per le ricapitalizzazioni volontarie, interventi di Patrimonio destinato gestito da CDP, le cui norme attuative sono state assai recentemente emanate; Fondo Patrimonio PMI gestito da Invitalia, un rifinanziamento di CFI per il WorKers Buy Out. Di queste misure solo nei prossimi mesi si potrà valutare bene funzionamento e risultati.
Tuttavia misure particolari, anche consistenti e innovative, vanno ricomposte in una strategia organica, vanno completate e rafforzate, non devono essere episodiche ma operare con gli adeguati rifinanziamenti nel lungo periodo. È necessario porre attenzione che le misure siano concretamente ed effettivamente fruibili nei diversi settori, nelle diverse dimensioni e nelle diverse forme giuridiche. È ormai anche indispensabile che nelle stesse associazioni imprenditoriali dei piccoli si dismetta l’illusione che gli operatori minori (microimprese, ditte individuali…) non debbano e non possano pensare al capitale e debbano solo essere accompagnati da banche comprensive e disponibili. Ma anche le banche saranno assoggettate – e già lo sono – a vincoli più stringenti.
Non si tratta solo di capitalizzare: banche, associazioni e loro società di servizi, professionisti, dovrebbero talora accompagnare le imprese anche in una diversificazione del capitale di debito. Come a suo tempo fu varato il Fondo Centrale di Garanzia, così ora, senza abbandonare l’attenzione alla accessibilità del credito, va messa al centro della nuova stagione una strategia forte, coerente e articolata per il rafforzamento imprenditoriale delle imprese italiane.
In un termine di medio periodo dalla fine della Pandemia, il bancocentrismo e la dipendenza dall’indebitamento bancario delle imprese italiane vanno ricondotti sui livelli più diffusi nella Unione Europea, superando così una situazione di handicap.
Non si tratta di fare semplicemente qualcosa per le imprese: rafforzare patrimonialmente il sistema imprenditoriale e renderne la situazione finanziaria più adeguata ad investire è essenziale per la ripresa dell’Italia.
Vincenzo Mannino