Molti ragionamenti politici circolanti in questi giorni, soprattutto quelli sugli scenari futuri, mi portano a immaginare un meteorologo che per fare le previsioni del tempo si affacci alla finestra e scruti il cielo. Conti i cirri e le formazioni cumuliformi. Può azzeccarci, ma temo che il più delle volte finisca per raccontarci cose che non si avvereranno il giorno dopo.

Le difficoltà nel realizzare previsioni meteorologiche attendibili a medio e lungo raggio nascono da una serie di fattori che risiedono nella complessità e nella grande quantità di variabili sconosciute. Legate all’altezza dell’atmosfera che circonda la Terra e dal ruolo svolto dalle imponenti masse d’acqua dei nostri oceani che coprono  circa il 71% della superficie terrestre. La maggior parte del nostro pianeta, dunque, non è controllabile al punto di fornire tutti i dati necessari a farci considerare la meteorologia una scienza esatta.

Lo stesso vale per la Politica. Tante le cose fluttuanti. Talmente troppe da farci trovare molto spesso di fronte a sorprese, oltre che portarci ad interrogarci sulla logicità di quello cui assistiamo.

Ha corrisposto a questa imponderabilità della Politica un fatto accaduto quasi un anno fa esatto. Quando, a dispetto di tutte le premonizioni l’Europa uscì dalle elezioni per il Parlamento di Strasburgo, e la conseguente nomina della Commissione di Bruxelles, senza il trionfo degli antieuropeisti e, dunque, in maniera del tutto opposta a quella che i nostri meteorologi elettorali pronosticavano.

Da quel fatto, ecco l’inatteso che si fa ancora più inaspettato, ne venne la conseguenza della fuoriuscita di Matteo Salvini dal Governo  italiano. A differenza di quanto fece il generale Eisenhower, che attese l’arrivo di una “finestra” di bel tempo per il 5 6 giugno del ’44 sulla Manica per il famoso ” D-Day”, il capo della Lega si è infilato in pieno in un vera e propria turbolenza, dalla violenza pari a quella di un distruttivo nubifragio. Ancora ne paga le conseguenze.

Inevitabile riflettere sulla constatazione che per poter prevedere cosa accadrà nell’agitato mondo politico italiano bisogna mettersi l’animo in pace e attendere che quasi gli eventi si compiano. O almeno che si preparino, perché non abbiamo disponibili i dati sui complessi fattori che lo condizionano e ne determinano gli sviluppi.

I più appassionati di previsioni, in ogni caso, non demordono. In occasione di ogni dibattito interno alla maggioranza sono portati a prefigurare la fine dell’esperienza governativa di Giuseppe Conte a seguito dell’arrivo di chissà quale uragano. Come accade per quelli  veri dell’Atlantico centro settentrionale, denominati volta per volta dal National Hurricane Center di Miami, in Florida, spunta il nome di qualcuno.

Dopo di che, Conte rattoppa la situazione e si è costretti  ad attendere  la successiva turbolenza per risentir parlare di governi di unità nazionale o di qualche altro marchingegno pensato per rispondere e reagire alla complessità del quadro politico italiano. Talmente intricato dallo sfuggire persino a tanti che vi operano quotidianamente all’interno e a tanti altri, magari acuti commentatori esterni. E’ allora necessario provare ad individuare almeno alcuni punti fermi nello scrutare il cielo della Politica italiana.

Il centrodestra è diviso quanto basta per ridurlo a sola potenziale coalizione elettorale. A livello regionale, soprattutto, la cosa sembra avere una sua solidità. A livello nazionale, invece, è probabile che anche il centrodestra che conosciamo adesso sia destinato a durare solamente  fino a quando persisterà l’attuale legge maggioritaria. Per il resto, si viaggia alla giornata, come dimostra l’altalenante Silvio Berlusconi: fa tanto sollevare i suoi contro il Mes e, poi, giunti al dunque, si ricorda di averlo approvato tanti anni fa e si adegua.

In ogni caso, non è certo questo  un centrodestra che vuole davvero un Governo di Unità nazionale. C’è da chiedersi, infatti, se il continuo, incalzante attacco portato a Conte, pure nei giorni in cui una “vera” Unità nazionale sarebbe auspicabile per contrastare il Coronavirus, sia la strada più coerente per raggiungere quell’obiettivo.

Matteo Salvini vede scendere il favore dei sondaggi. Se lo sbraitare non paga, però, c’è da chiedersi se questo atteggiamento di “muro contro muro” non riveli il timore leghista che Conte sopravviva senza alcun bisogno del soccorso della opposizione ufficiale. Neppure più si parla di alcuni ” ragionevoli” disposti a sostenere l’attuale Governo pur di non far sciogliere il Parlamento. La verità è che 5 Stelle e l’arcipelago delle sinistre stanno facendo quadrato e si fermano sempre poco prima di raggiungere il ciglio del burrone.

Semmai, Salvini deve cominciare a preoccuparsi di quel che succede nella Lega. Tanto si lascia sempre più trapelare l’esistenza di un dissenso. Originato sia dai rapporti intercorrenti con alcuni governatori regionali, sia da quelli con la parte più rappresentante il filone storico della Lega, poco intenzionata a seguire sogni di gloria nazionale e più realisticamente disposta a pensare soprattutto al Nord. Lampanti i guai emersi soprattutto con la gestione sanitaria della Regione Lombardia, cosa di cui si teme possa essere presentato il conto. Non è irrilevante, infine, la necessità d’intercettare la grande mole di denaro pubblico messo in campo dall’Europa e dal Governo.

Peccato che questo altro volto della Lega non intende ancora mostrare le proprie sembianze, ma ne ha davvero la volontà?, e giungere alla resa dei conti con la linea di estrema destra a trazione salviniana, su cui tanto si vocifera. Eppure, questa eventuale parte “nascosta” della Lega potrebbe contare sul realismo della struttura industriale del nord e della rete, anche qualificata, costruita a livello di amministratori locali.

Neppure Giorgia Meloni ha alcuna intenzione di partecipare ad un governo di Unità nazionale. Prese le distanze a suo tempo, sia pure a cose fatte, da quello di Mario Monti e non si capisce perché oggi, mentre stacca il dividendo per la sua linea, in parte a spese di Salvini, debba imbarcarsi in un’operazione destinata ad essere guidata da altri e condotta all’insegna del pro Euro e del pro Europa.

La maggioranza, intanto, sembra sempre sull’orlo di sfasciarsi e, poi, invece, una qualche soluzione vien trovata. Sia 5 Stelle, sia il Pd non vedono ancora alcun motivo plausibile per abbandonare adesso il Governo Conte 2. Persino lo scoglio della regolarizzazione degli immigrati, quelli che devono assicurare badanti e lavoro nei campi, è stato superato. Lo stesso è accaduto pochi giorni or sono con l’altro, altrettanto insidioso, delle nomine dei vertici degli enti pubblici.

E’ ragionevole prevedere che l’attuale fase reggerà fino a quando il Parlamento non sarà in grado di occuparsi della nuova legge elettorale. Destinata, con la scomparsa del sistema maggioritario, ad aprire una pagina del tutto nuova. Forse, addirittura all’insegna della nascita di una vera Seconda repubblica.

Ecco, forse da quel momento in poi potremmo assistere ad un qualcosa che assomigli alla cosiddetta “rottura” dell’anticiclone atlantico, foriera di un cambio stagionale e, quindi, cominciare ad intravedere il futuro. Si tratta di vedere, però, se questi sviluppi interverranno a ridosso del semestre bianco che rinvierebbe a dopo l’elezione del Capo dello Stato ogni possibile chiamata alle urne. Questo elemento porta a chiedersi: 5 Stelle e Pd rinuncerebbero tanto facilmente ad essere tanto determinanti in occasione della scelta del nuovo, o del vecchio, inquilino del Quirinale?

In ogni caso, un eventuale governo di Unità nazionale dovrebbe essere basato su di una logica coerente con  alcuni presupposti che sembrano davvero basilari per le condizioni in cui è l’Italia: l’avvio di politiche di autentica trasformazione destinati, in primo luogo, a riguardare gli assetti istituzionali; il sostegno ai ceti sociali meno avvantaggiati, alla piccola media impresa e al Terzo settore; l’impostazione di una politica del lavoro in cui si possa trovare una soluzione organica per le nuove generazioni e gli immigrati, superando precariato e sfruttamento; il sostegno all’innovazione tecnologica ed ambientale e ad un rinnovato sistema educativo.

Una rigenerazione complessiva del Paese non può che essere affrontata nel segno della continuità della collocazione italiana nel concerto con gli altri paesi europei e con l’Occidente.

Eludere questi punti, o illudersi di poterli annacquare, significa affidarsi a degli improvvisati della politica che la vivono come un astratto gioco di società. Mentre essa è compenetrazione nei processi reali, a partire da quelli internazionali, tanto stringenti e condizionanti.

Giancarlo Infante