Viviamo un tempo di sfide che ci pongono di fronte a noi stessi, in modo ruvido. Come se, al di là dei progressi del pensiero e della scienza che abbiamo via via accumulato per l’intera nostra storia, stessimo per uscire dall’ incantamento ingenuo di un’età ancora infantile e ci interrogassimo per dire a noi stessi che cosa pensiamo davvero di ciò che siamo, del punto cui è giunto il cammino della civilizzazione, degli sviluppi attesi o sperati circa la stessa concezione del nostro essere umani.
E’ difficile sottrarsi all’impressione che l’umanità si stia avvicinando ad un salto evolutivo, in qualche modo non dissimile dal momento in cui è comparso il linguaggio o dalla scoperta del fuoco. Nel segno di una consapevolezza inedita del suo destino, del suo “compito originario” come lo chiama Edith Stein.
La globalizzazione altera radicalmente, più di quanto comunemente non avvertiamo, quel substrato spazio-temporale che la nostra coscienza da sempre riconosce come l’ordito su cui sono intessute le nostre esperienze, in ogni campo. Le migrazioni evocano la formazione di società multietniche, multiculturali e multi religiose. Con tutto quel che ne consegue in termini di affinamento delle rispettive culture e di arricchimento reciproco, come succede da sempre, dalle origini del mondo, ogni qual volta si vada incontro ad un mix di popolazioni che, al di là del momento culturale, ha anche la funzione di “ristorare” il nostro patrimonio genetico, accrescendone la variabilità.
Gli straordinari sviluppi della comunicazione ci spingono a riflettere in ordine a quella sorta di “mente collettiva” che può fungere da ambiente che amplia ed esalta la facoltà di pensiero critico di ciascuno oppure, al contrario, da vincolo che lo carpisce e lo imprigiona. Il degrado ambientale cambia radicalmente il nostro rapporto con la natura di cui non siamo ancora in grado di capire la vera chiave di volta, cioè le armonie più riposte, la vera fonte della sua straordinaria potenza e cosi’ finiamo per violentarla. Come chi per disporre delle ricchezze che intravede in un forziere e irresistibilmente lo attraggono, anziché studiare la combinazione della serratura, volesse forzarla con un piede di porco.
Gli sviluppi incessanti della “tecno-scienza” ci incalzano, in qualche modo ci prendono la mano, ci costringono in una radicale dissonanza tra la crescente disponibilità di nuovi strumenti che ci consentono di intervenire sulla nostra stessa più intima costituzione biologica e la carente, più lenta, incerta maturazione di quella consapevolezza etica indispensabile ad assumere tali inedite potenzialità dentro una cornice di pieno rispetto della dignità della persona.
Insomma, l’uomo si trova oggi nella indecifrabile condizione di essere ad un tempo soggetto ed oggetto di se stesso e delle proprie facoltà conoscitive. Non a caso la stessa scienza arranca – nonostante sia intesa secondo il più rigoroso canone galileiano o forse esattamente per questo – ogni qual volta cerca di dar conto di cosa sia la nostra coscienza, perché viene circoscritta in un anello che, senza soluzione di continuità, si riverbera su sé stesso.
Se finora il progresso scientifico ha potuto correre liberamente in uno spazio sconfinato, oggi non può sfuggire alla domanda sul “limite” che e’ tenuto o meno a riconoscere e ad osservare, soprattutto nel campo delle biotecnologie.
Ma è l’insieme di queste sfide epocali a porci in una condizione “al limite” delle nostre facoltà e della nostra “autocomprensione”. Come se fossimo riconsegnati a noi stessi, ad una responsabilità inedita nei confronti della nostra stessa essenza umana. Verrebbe da dire: come se ancora una volta l’uomo fosse posto lì, nel giardino dell’Eden, di fronte all’albero del bene e del male e dovesse decidere se coglierne o meno il frutto.
In ogni caso, siamo avviati ed, anzi, già ci siamo inoltrati per un lungo tratto, in quella che possiamo definire – secondo la sua “cifra” più evidente – la società, la “civiltà della conoscenza”. E questo, sia pure come scenario che sta sullo sfondo, ha molto a che vedere con la politica e la sua capacità di orientare il corso degli eventi secondo un ordine di valori che dia senso alla vita. Non sono più, si potrebbe dire, il carbone e l’acciaio, che indussero Schuman ad immaginare la Ceca, le materie prime addirittura dirimenti per la pace o per la guerra, ma piuttosto la conoscenza e l’informazione.
La “società della conoscenza” – intesa come la versione aggiornata di quella “società del valore umano” cui pensava il Presidente Moro – dovrebbe essere assunta come quel filo ininterrotto di coerenza interna che lega e tiene insieme gli stessi progetti su cui impegnare le risorse del cosiddetto “Recovery Fund”. Ora tutti questi fenomeni si presentano insieme, occupano il nostro tempo e lo fanno in un frangente di per se’ critico, cioe’ in una fase storica tuttora dominata – e forse perfino in modo più grave di quanto non sia successo in altri momenti – da differenze sociali profondamente ingiuste ed inaccettabili, soprattutto nella misura in cui impediscono il libero e compiuto sviluppo della personalità umana, delle facoltà cognitive, morali, spirituali che insieme concorrono a creare in ciascun uomo la piena e matura consapevolezza di sé.
Negata a priori, nelle condizioni attuali del mondo, ad una moltitudine di bambini destinati a non cogliere mai il senso compiuto della loro stessa vita. Insomma, è come se ci stessimo avviando verso una giro di boa che mette in gioco non qualche epifenomeno sul piano della disponibilità di beni materiali, bensì la libertà ed il suo fondamento ontologico nella sua espressione più profonda, la giustizia, la dignità, la solidarietà e l’attitudine a stabilire le relazioni costitutive della persona. E la pandemia con le trasformazioni che ci impone sul piano dei costumi e delle consuetudini quotidiane, ma sopratutto sulla percezione profonda che abbiamo di noi stessi, e’ un po’ la metafora dell’ onda montante di questo rivolgimento.
Un invito a riprendere le redini ed aggiustare il passo o il volo di un Pegaso impazzito che in nome dell’attesa di un progresso che non conosce se non il limite del nostro desiderio, mina le sue stesse fondamenta. A questo punto, la politica deve decidere, per la sua parte, a che regole di ingaggio intende attenersi. O sfida l’onda degli eventi, sta dentro il suo spessore e coltiva ancora l’ambizione di orientarla verso questo o piuttosto quell’approdo oppure, al contrario, come fosse un accanito “surfista” si accontenta di mantenersi in bilico sulla sua cresta schiumosa, senza preoccuparsi dove, qui o piuttosto altrove, finirà per essere spiaggiato.
Non a caso c’è un crescente quanto ambiguo interesse – che ha trovato attenzione, lo scorso anno, a livello di approfondimento culturale, anche presso alcuni gruppi parlamentari – nei confronti del cosiddetto “transumanesimo” o “transumanismo” che sia. Un indirizzo di pensiero che non è più, anche a livello della letteratura scientifica, una curiosità marginale, un po’ folkoristica, cervellotica e stramba, bensì un modo via via più strutturato di guardare alla possibile evoluzione della stessa essenza dell’essere umano, cioè ad una sorta di salto “ontologico”, come se, in lontananza, avvertissimo il rumore di fondo di un movimento tellurico. che si avvicina. Un fenomeno ed un indirizzo carico di ambivalenze e di equivoci fuorvianti e potenzialmente pericolosi
Eppure, “transumanesimo” – lo stesso prefisso – è un termine che già di per sé segnala un programma, ma soprattutto – forse inconsciamente, in maniera spontanea ed irriflessa – evoca quell’ “andare oltre”, appunto quella dimensione della “trascendenza” che il nostro tempo ha smarrito, ma di cui abbiamo una inguaribile nostalgia poiché rappresenta un versante irrinunciabile della nostra identità profonda.
Domenico Galbiati