C’è un’aria strana nel clima politico italiano, quasi quel complesso di aspettative che i tedeschi chiamano lo “zeitgest”, secondo il quale il governo Draghi sarebbe agli sgoccioli.

Ad accreditare questa impressione non sono solo i titoloni dei giornali di parte, ma  anche i professori, ultimo dei quali Piero Ignazi (Formiche.net del 18 febbraio) che in una intervista saluta le tensioni in atto con parole forti: torna la politica e la normale dialettica tra i partiti.

Le libere opinioni sono sempre rispettabili ma non per questo si sottraggono talvolta a considerazioni a dir poco miopi della nostra complessa situazione.

Qual è la politica che torna? Non certo un confronto di spessore tra leader autorevoli, un congresso di rilievo in grado di mobilitare proposte e progetti nuovi, un contributo alla discussione con autorevolezza di pensiero, un dibattito serrato. No. La cronaca ci parla prevalentemente di imboscate parlamentari, di aspettative o di timori per le elezioni siano esse anticipate o fra un anno, di appartenenze, di bipolarismo inevitabile o di nuova legge elettorale ancora tutta da scrivere. E quali partiti tornano? Quelli di oggi sono poco più che comitati elettorali in servizio permanente ed effettivo.

Sembra ormai perdutamente negato il dato di realtà che è all’origine dell’impegno di Draghi: un governo nato non da una coalizione di forze politiche ma senza una maggioranza in presenza di emergenze drammatiche, da quella sanitaria a quelle economiche e sociali che sono conseguite.

Tanto per cominciare la pandemia non è finita. Ne stiamo solo faticosamente uscendo secondo i dati statistici dei ricoveri e delle terapie intensive, ma non si può certo ritenere che tutto sia finito. Inoltre, sarà pure necessario cominciare a trarre alcune esperienze da quanto è accaduto, dal funzionamento del servizio sanitario in alcune aree del Paese, alle normative sull’obbligo vaccinale; dalle scorte strategiche degli stessi vaccini alle conseguenze che hanno distrutto tante micro realtà economiche di base.

L’emergenza economica è stata affrontata con successo e lo dimostra non solo il balzo del PIL ma anche la bilancia commerciale fortemente attiva, la capacità del nostro export, le filiere produttive che hanno tenuto, i consumi che erano in ripresa. Mentre eravamo prossimi a raggiungere e superare produzione e consumi ante pandemia è sopraggiunta la crisi delle risorse energetiche con conseguenze pesanti sulle famiglie e sulle imprese. Nuovi disagi quindi, e seri, resi ancor più complessi da elementi cruciali di geopolitica prima ancora che dalle ragioni economiche che hanno fatto esplodere i costi. Per non dire del Pnrr con le grandi risorse finanziarie messe a disposizione dall’Europa che è da attuare concretamente a pena di perderle se in fase di attuazione non si procede secondo i tempi e le modalità stabilite.

L’emergenza quindi non è finita e la necessità di un governo che governi è sempre determinante né può essere considerata provvisoria. La ripresa di una “normale dialettica” tra i partiti è certamente auspicabile ma non certo un ritorno a quella che aveva portato alla caduta dell’ultimo governo di coalizione, il secondo governo Conte, tra difficoltà ben diverse da quella di una imboscata nella approvazione di una norma in Parlamento.

In fondo ciò che resta nei partiti di oggi (non molto) questa consapevolezza per fortuna ancora c’è e non potrebbe essere altrimenti. Chi si assumesse la responsabilità di una rottura tale da portare alle urne subito ne pagherebbe certamente le conseguenze.

Guido Puccio