Il “voto utile” di Enrico Letta è subito stato letto come un’ammissione di sconfitta. Del resto, i sondaggi sono impietosi, anche se una larga consistente d’elettorato, tra l’indifferente e lo schifato, non si sa neppure se andrà alle urne.

Quello del “voto utile” non è neppure un’espressione del tutto felice. Che cosa vuole dire? E’ stato fin facile per gli avversari ironizzare: utile a Letta.

Un tempo almeno si parlava di desistenza, guardando ad una legge elettorale che, certamente, porterà molti del Pd, ma non solo, a mangiarsi le mani per non averla cambiata per tempo ed evitato così che una porzione ridotta dell’elettorato potesse affidare le sorti del Paese ad una sola parte, e questo vale per tutti, quando il contesto internazionale, la grave crisi economica, le conseguenze di una terribile guerra alle porte di casa avrebbero richiesto un diverso sforzo per guardare in una maniera più ampia e più condivisa possibile alle sorti del Paese.

Certo, bisogna avere un’altra idea, si potrebbe dire, persino, un’altra passione per la politica. Quella che, per quanto sia duro e stancante, crede nella mediazione e nel ricercare il più ampio coinvolgimento possibile. Oggi, si tende alla semplificazione. Si continua a dire che abbiamo bisogno di sapere la sera stessa delle elezioni chi governa. Come se questo scongiurasse una pandemia, l’impennata dell’inflazione o aiutasse a risolvere gli strutturali e mai risolti nostri problemi della disoccupazione, di una scuola che non forma, di un  Mezzogiorno sempre più visto nell’ottica gregaria e, se necessario, dell’abbandono.

Quell’idea del “voto utile” perpetua, inoltre, la vocazione cosiddetta “maggioritaria” del Pd che, a dispetto di tutte le esperienze del passato, non ha capito che non gli viene più riconosciuto questo ruolo trainante. Perché, si sarebbe detto tanti anni fa, si è esaurita la forza propulsiva di una sinistra da sola considerata in grado di rispondere alle esigenze degli italiani.

Il “voto utile” andrebbe sostituito da un voto per un progetto ed è questo che sta mancando completamente anche al Pd di Enrico Letta. Continua a non esserci sul piano sociale. Salvo ciò che riguarda Emilia Romagna e Toscana, dove comunque resta forte il peso di quella che Bersani chiama la “ditta”, cioè il sistema di potere che lega istituzioni e società civile, il partito dei democratici sembra del tutto carente nell’interpretare il substrato sociale della politica. E così ha perso  quel che resta della vecchia classe operaia, ma anche il ceto medio. Al punto che si è tanto ironizzato sull’essere diventato il partito delle “Ztl”, cioè dell’alta borghesia dei centri storici.

La vocazione maggioritaria ha anche coinciso con quella che è stata definita la “radicalizzazione” del Pd. Finito per diventare il rappresentante di una visione individualista che, paradossalmente, è propria di quel liberismo cui necessità il formarsi di una società polverizzata che concepisce i diritti in una dimensione del singolo, a scapito di un’idea di Persona, per non parlare della carenza sui piano dei diritti sociali. Così, ma sin da subito, Letta si è giocato molto voto dei cattolici, nonostante tanti di loro non vogliono neppure la destra populista alla Salvini e alla Meloni. Il suo subito insistere su un Ddl Zan, criticato anche da tanta sinistra, e in un certo modo sul fine Vita, ha contribuito a far diventare, anch’egli, temi eticamente ed antropologicamente tanto critici e delicati oggetto dello scontro politico, invece che salvaguardarli in un ambito di riflessione e di confronto in cui i partiti devono entrare davvero in punta di piedi.

L’appello al “voto utile” conferma, inoltre, oltre al grave errore di non aver fortemente voluto una nuova legge elettorale, tutta l’impostazione sbagliata, ed ondivaga, che sotto la guida Letta, il Pd ha seguito in termini di alleanze. Così, adesso, non può neppure pensare ad organizzare con Giuseppe Conte, da un lato, e con Carlo Calenda e Matteo Renzi, dall’altra, quella desistenza che avrebbe potuto veder contesi molti seggi uninominali, oggi, considerati persi a favore della destra.