Ha ragione chi invoca un’iniziativa europea finalizzata ad interrompere l’avvitamento della guerra in un crescendo che rischia di autoalimentarsi fino a sfuggire di mano. Si tratta, ad ogni modo, di precisare da dove prendere le mosse ed a quale approdo, con quali iniziative politiche e diplomatiche, si pensi di poter giungere.

Il tema si impone. Senonché un’iniziativa europea, necessaria quanto delicata, non può che fondarsi su presupposti ben ponderati. Chiari e condivisi da tutti i Paesi dell’Unione. Il primo dei quali, per forza di cose, concerne una forte coesione interna che, d’altra parte, dopo lo shock dei primi giorni dell’invasione, forse mostra qualche segno di sfilacciamento.

Chi ha le elezioni, chi non ha il gas, chi si defila tacendo, chi è reticente, chi invoca prudenza. Chi, come il nostro Paese, almeno in questo momento e grazie a Draghi, appare più sintonico ad un’azione comune, ad esempio sul piano dello stop ai rifornimenti energetici dalla Russia, evidentemente non può cantare da solo. Insomma, pur in un quadro che, ben più di quanto non sia avvenuto in altri momenti, tende ad una convergenza – la quale, una volta tanto, viene interpretata, con una certa efficacia, dalla Commissione e dalla sua Presidente – l’ultima pennellata la dà pur sempre l’interesse particolare di ciascun Paese.

Qualunque iniziativa si proietti al di là dei suoi confini presuppone una consapevolezza unitaria del suo ruolo e, dunque, una coscienza politica che forse l’Europa non ha ancora maturato quel tanto che ci vorrebbe in un frangente del genere. Una coscienza unitaria che, per essere credibile, dovrebbe sostanziarsi in un netto incremento di “sovranità comune”, che ovviamente assorba spazi fin qui agiti dalle sovranità nazionali di ciascun Paese membro dell’Unione. Una sovranità continentale condivisa che, per altro verso, contrariamente ad ogni apparenza, finirebbe per rafforzare anche le sovranità particolari di ognuno, nella misura in cui ne ridefinisca il perimetro e ne puntualizzi l’area di applicazione. Dobbiamo abituarci all’idea – incomprensibile per i “sovranisti” – che ogni livello istituzionale, dall’ Ente Locale fino all’Ue, è efficace in tanto ed in quanto fa parte di un concerto di poteri correlati. Ma questo è un discorso di altro genere, se mai da riprendere in altra occasione.

Un secondo presupposto – strettamente correlato al primo – consiste nella, fin qui imponderabile, capacità dei governi europei di spiegare ai rispettivi cittadini che siamo giunti alla stretta di dover mettere in conto un cambiamento dei nostri stili di vita e delle nostre aspettative. Da tempo ci raccontiamo la favola di una “sobrietà” sempre rinviata, ma, dopo la crisi economico-finanziaria del 2008, la pandemia e la guerra, siamo ad un passo obbligato. Una interlocuzione dell’ Europa con la Russia, per quanto dovesse risultare positiva, non potrebbe, infatti, non tener conto di quanto sta succedendo in Ucraina, e, dunque, fondarsi su un rapporto con Putin che sia di ragionata convivenza, non certo di fiducia. Insomma, è  vero che non dobbiamo regalare la Russia all’orda asiatica, ma non possiamo certo pensare di stabilire una relazione positiva al fine di persistere nella dipendenza energetica da Mosca di cui oggi soffriamo. Cui va ad aggiungersi un’ emergenza alimentare destinata ad incidere pesantemente sulle popolazioni più povere di molti Paesi, in particolare africani.

Un terzo presupposto riguarda un versante che si imporrebbe anche a prescindere dalla guerra in Ucraina che, ad ogni modo, lo rende più delicato ed urgente. Si tratta di rimettere a punto il rapporto tra Europa e Stati Uniti che, ovviamente incardinato in una Alleanza Atlantica da mantenere viva e forte, sappia tener conto di una specificità sia degli interessi che dei compiti strategici delle due parti, nonché delle potenziali variazioni sul tema della politica statunitense.

Si può concedere che Biden non brilli come una stella di prima grandezza – né, prima di lui, lo stesso campo democratico, nei decenni più recenti ha offerto gran che di meglio – ma non dimentichiamo di essere reduci da un’età “trumpiana” sostanzialmente ostile all’ Europa, al punto di trovare in proposito un certa sintonia con lo stesso Putin.
Un’età che, con o senza Trump, coltiva l’ambizione di tornare. E’ giusto, quindi, essere avvertiti anche in ordine ai rapporti trans-atlantici, purché cominciando, anche qui, da una dipendenza, se non altro da attenuare, per quanto concerne la difesa che finora, comunque, l’ombrello a stelle strisce ha garantito anche a noi.

Peraltro, anche un esercito europeo non è una “sine cura”, bensì esige una revisione delle priorità su cui investire da parte dei nostri Paesi. Soprattutto, dev’essere chiaro che quel tanto di dialettica che è pur necessario considerare tra Europa ed America non si può consentire sia letto da Mosca come un di disallineamento tra le due sponde dell’Atlantico. Piuttosto, è necessario che si lavori congiuntamente tra noi e gli Stati Uniti affinché la stessa NATO, accanto al momento militare, manifesti pure la capacità di assumere su di sé compiti di promozione della pace e di civiltà, eticamente dovuti da parte dei Paesi liberi e democratici.

Domenico Galbiati