“Esorta i giovani ad essere sobri”: ad un mese soltanto dalla sua elezione al soglio di Pietro, Giovanni Paolo II ricorda ai giovani riuniti nella Basilica di San Pietro, facendolo proprio, l’ammonimento che San Paolo rivolge a Tito. E ricorda come la temperanza condizioni ogni altra virtù.

Da tempo il tema della “sobrietà” ricorre anche nel discorso pubblico e non solo da parte dei credenti. Si può dire sia un valore “popolare. Evoca il rispetto di un limite, stabilisce il senso della misura, previene gli eccessi, crea una più fine sintonia tra i comportamenti quotidiani e la sostenibilità del contesto in cui si pongono; ha immediatamente a che vedere con la responsabilità ed assume le scelte di oggi in funzione delle attese per domani. E’ stato uno dei cardini con cui gli italiani di ogni ceto e di ogni colore politico, le famiglie soprattutto, nel dopoguerra, hanno accompagnato e sostenuto il “boom economico”.

Il quadro oggi è radicalmente mutato: la crisi economico-finanziaria del 2008, la consapevolezza crescente della compromissione dell’ambiente, la pandemia e soprattutto la guerra. Siamo investiti da un complesso di eventi che subentrano l’un l’altro, a ritmo incalzante e, senza posa, esigono un ripensamento degli equilibri, dei costumi, delle tacite convenzioni che hanno regolato le nostre vite nella fase furente dei consumi che ha accompagnato l’ illusione di una crescita inarrestabile ed illimitata.

Secondo l’ideologia di un progresso inscritto nell’ordine delle cose, quindi “necessario”, quasi automatico, capace di “accadere”, cioè di farsi da solo, purché si assecondi la marea montante della tecnica. Dobbiamo, al contrario, risvegliarci da questo incantesimo. Ad ogni modo, la sollecitazione alla sobrietà è rimasta a livello esortativo. In definitiva, una delle tante parole d’ ordine di cui ci siamo fregiati a fior di labbra, quasi volessimo ammansire la nostra cattiva coscienza che, evidentemente, da tempo, avvertiva, sia pure ancora confusamente, come stessimo compromettendo equilibri consolidati senza saperne costruire altri, altrettanto inclusivi e rassicuranti.

Oggi, siamo ad un punto tale per cui il tema della “sobrietà” assume una valenza di ordine politico. Non ha a che vedere solo con lo stile di vita del singolo, con la ricerca di una consapevole armonia del vissuto personale che ognuno deve ricercare da sé e per sé, bensì concerne trama e ordito della “polis”, diventa, cioè, un fattore necessario alla costruzione di un contesto civile che, pur nella sua complessità, sia governabile. L’ etica, come linea di indirizzo del comportamento quotidiano, e la politica, come architettura dei rapporti sociali nella dimensione collettiva della nostra convivenza civile, sembravano appartenere a due domini differenti. E’ sempre meno così.

La guerra mossa da Putin contro l’ Ucraina, le conseguenze che ne derivano, esigono che l’Europa assuma impegni, nel campo della difesa e della sicurezza, dell’energia e delle migrazioni che inevitabilmente ricadono sulla vita dei popoli che la abitano. Senza un “ethos” condiviso che accomuni gli europei da un Paese all’altro, è difficile che cresca il “pathos” necessario a spingere avanti il processo di unificazione. E’ sicuramente importante la modifica dei trattati, il superamento della tagliola dell’ unanimità, ancora di più la valorizzazione del Parlamento europeo, eppure nessun modello istituzionale può bastare ad imprimere quel carattere a tutti gli effetti “politico” che l’unità del vecchio continente esige.

Si invoca giustamente che l’Europa assuma un ruolo marcatamente proprio ed attivo sul piano politico e diplomatico a fronte del conflitto che si è scatenato nel suo stesso territorio. Senonché, l’urgenza di una iniziativa in tal senso, segnala, nel contempo, come sia altrettanto necessario che gli europei provvedano a loro stessi più di quanto non abbiano fatto fin qui. Ne va della loro effettiva autorevolezza nel contesto mondiale.

Sono necessarie politiche che inevitabilmente spostano risorse, esigono qualche sacrificio e la revisione di talune aspettative, la maturazione di una nuova responsabilità che investe non solo gli ordinamenti politico-istituzionali, ma soprattutto la vita di ciascuno, gli abiti mentali, le posture ideali dei popoli europei.

Domenico Galbiati