La conferma di Macron consente di ristabilire quell’ asse Parigi-Berlino che, di fatto, ha fin qui rappresentato l’architrave dell’Unione? E ciò basterebbe per assicurare all’ Europa quel ruolo attivo sulla scena internazionale finora mancato? E’ lecito dubitarne, soprattutto in considerazione della nuova fase che avanza dopo l’invasione russa dell’Ucraina.

Pare che dopo l’incontro di Ramstein, Scholz si sia rinfrancato ed abbia accettato, decidendo per l’invio di armamenti in Ucraina, di assecondare il comune indirizzo dei Paesi europei. Infatti a Berlino c’è stato il cambio della guardia e, una volta tanto, la Germania è parsa mostrare qualche titubanza e qualche impaccio, come se la nuova leadership fosse stata colta di sorpresa ed impreparata a fronte di una crisi internazionale, anzi europea, esplosa a due passi da casa, cosa che ovviamente – ma questo non vale solo per i tedeschi – neppure lontanamente pensava potesse capitarle tra capo e collo; per di più in una fase quasi ancora di rodaggio per il nuovo governo a guida socialdemocratica.

La Germania avvia, per la prima volta dal secondo dopoguerra, una politica di riarmo che forse risveglia nell’ inconscio collettivo della nazione antichi fantasmi non del tutto sopiti e, per la prima volta, è invitata ad inviare armamenti oltre i propri confini. E’ un po’ come se, spostando il focus della propria azione dal piano economico-produttivo, in cui ha assunto un ruolo preminente, al piano strategico-militare si sia sentita, in qualche modo, meno sicura di sé, come se esplorasse un terreno di cui ha smarrito l’antica frequentazione e la memoria. Né va sottovalutato come, per comprensibili ragioni geo-politiche, il rapporto della Germania con la Russia sia stato, anche negli anni della Merkel, particolarmente importante.

Sia pure facendo di necessità virtù, la Germania si è, in un certo senso, consegnata alla Russia, ancor più di quanto non abbia fatto l’Italia, in ordine alla partita energetica. Il che, tra le altre cose, mostra come l’Occidente, non covasse nei confronti della Russia quelle intenzioni aggressive che gli attribuisce la paranoia di Putin. Stringere, da parte della Germania e dell’Italia, rapporti talmente condizionanti per il proprio apparato produttivo e per la vita quotidiana dei propri cittadini con un altro paese che, anche dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel ‘91, continua ad essere una grande potenza, non significa forse aprirsi ad un rapporto di possibile integrazione pacifica?

Ad ogni modo, la Germania pareva stesse assumendo un ruolo di freno nei confronti di una comune linea europea che il governo Draghi, almeno fin qui, sta, invece, interpretando in modo più convinto. Nel solco, del resto, di quelle due e consonanti scelte che risalgono addirittura alla lungimiranza di De Gasperi ed hanno sempre assicurato al nostro Paese la necessaria stabilità sul piano della collocazione internazionale. Senza che l’Italia – per quanto pesantemente condizionata dal ruolo di paese sconfitto nel conflitto mondiale e sorvegliato speciale sulla prima linea della guerra fredda – sia mai stata lo zerbino degli Stati Uniti. Anzi, ha saputo, a più riprese – grazie soprattutto alla leadership democratico-cristiana del nostro Paese, da Fanfani, a Moro ad Andreotti, senza scordare l’azione di Enrico Mattei – interpretare quel ruolo mediterraneo e di accorta attenzione ai conflitti del vicino Oriente che, in definitiva, tuttora esigerebbe una capacità di iniziative che l’Europa non è sempre in grado di esprimere.

Il governo Draghi ha il merito di aver fatto giustizia di quel tanto di avventuroso e dilettantesco piglio con cui la Lega, per un verso, ed i 5 Stelle, per un altro, flirtavano con Putin piuttosto che con i cinesi della Via della Seta. La totale incultura politica da una parte, l’incapacità di concepire un disegno che vada appena oltre il proprio interesse di bottega, la concezione della politica come rincorsa propagandistica alla visibilità condannano forze che pur fanno parte della maggioranza che regge il governo del Paese ad un ruolo che, soprattutto ad osservatori internazionali, rischia di trasmettere un’immagine dell’ Italia, a dispetto della stessa leadership di Mario Draghi, ricalcata, ancora una volta, sull’abusato cliché di un Paese inaffidabile.

Nata nel segno del pasticcio “giallo verde” la legislatura rischia di volgere alla sua naturale conclusione scontando ancora l’impaccio di alleanze sghembe e talmente innaturali che, a meno di un anno dal voto, rischiano di proiettare la loro ombra anche oltre l’appuntamento elettorale del prossimo anno. La pochezza politica di Conte e dei 5 Stelle rischia di scaricare sul governo e sul ruolo internazionale dell’Italia, in prossimità della visita di Draghi a Washington, i mal di pancia di un Movimento senza capo né coda che non ha alcuna capacità di esprimere una linea che non sia la rincorsa all’opinione corrente che, di volta in volta, appare più consona al consenso del momento.

Salvini si strugge e non vuol perdere l’occasione di intingere, a sua volta, il suo tozzo di pane nel piatto succulento di quel tanto di filo-puntinismo, più o meno mascherato, che campeggia nei talk-show e rievoca, del resto, la sua antica inclinazione. C’è da chiedersi in che modo e fino a che punto il Partito Democratico pensi di poter costruire il cosiddetto “campo largo”, ricomprendendovi, come parte del tutto significativa, il Movimento 5 Stelle. Ne risulterebbe, tutt’al più, un campo slabbrato, perennemente equivoco, esposto agli scarti d’umore di una forza politica approssimativa ed inconcludente che si è dimostrata incapace di affrancarsi dalla sua origine populistica e raffazzonata.

Eppure, non dovremmo sprecare l’occasione di una autorevolezza che il Presidente della Repubblica e, nel contempo, il Presidente del Consiglio, conferiscono, a dispetto della precarietà del nostro sistema politico, all’Italia in un momento storico che richiede una lucidità ed una fermezza che hanno bisogno di una forte radice storica che nulla ha a che vedere il “nuovismo” dei tanti apprendisti che oggi calcano la scena politica.

Domenico Galbiati