L’attuale caso Ilva merita una riflessione, che analizzi l’iter aziendale che ha portato alla privatizzazione della società. A questo proposito è consolidato il giudizio che le perdite nella siderurgia pubblica furono una delle principali cause di crisi dell’IRI e della sua messa in liquidazione.

Tuttavia, fino al 1970, la siderurgia IRI è una storia di sostanziale successo. E’ concorde il giudizio che il piano di Oscar Sinigaglia  di riassetto della siderurgia pubblica abbia dato risultati decisamente positivi nel suo complesso. Si passò alla siderurgia costiera, si introdussero le tecnologie d’avanguardia, si eliminarono le lavorazioni a bassa produttività, venne ridotto il personale in esubero. Si riorganizzarono gli impianti di Piombino e di Bagnoli. Il complesso siderurgico di Conegliano divenne uno dei più moderni d’Europa.

Lo stabilimento di Taranto, in questa fase, nell’ambito del sistema Sinigaglia, svolse un ruolo produttivo efficiente ed efficace. Seppe rispondere, con competitività, alla domanda in espansione dei prodotti siderurgici; seppe esportare con profitto.

Nell’ottica dell’industrializzazione del Mezzogiorno, si può sostenere che fino al 1970 la siderurgia IRI diede un contributo positivo alla crescita economica post-bellica.

Diverso è il giudizio dal 1970 in poi. Le decisioni IRI (o meglio governative) sugli sviluppi successivi, meritano particolare attenzione per gli effetti che hanno ancora oggi sulla politica industriale da adottare per il polo siderurgico.

Nel 1969, nell’ambito dell’IRI, del Governo e dei Sindacati, inizia la discussione sul raddoppio degli impianti di Taranto. Si apre un dibattito difficile ed arduo. Politica industriale e politica sociale si intrecciano. Le forze sociali si confrontano sui ritardi del Sud.

In Italia aumenta la presenza delle grandi aziende tedesche e francesi. A questa nuova concorrenza, si ritenne di rispondere con un aumento significativo della produzione.

Infatti, nei primi anni settanta il mercato siderurgico è in espansione e si caratterizza per l’entrata in Europa dei produttori giapponesi, aumentando la dinamica concorrenziale.

Tuttavia, la vigorosa concorrenza estera portò ad un calo dei prezzi e ad un aumento dei costi delle materie prime e del lavoro.

Sarebbe stato opportuno, di conseguenza, chiudere gli impianti diventati marginali, ma così non è stato fatto  per ragioni politiche (erano gli anni delle Brigate Rosse) e sociali (forti erano le rivendicazioni sindacali).

Iniziarono, così, ad essere significativamente presenti  i cosiddetti “oneri impropri”, nel conto economico delle aziende siderurgiche pubbliche secondo l’analisi e la definizione di Pasquale Saraceno.

In questo contesto, alla fine degli anni sessanta, il governo instaurò la “concertazione programmata” tra il governo e le forze sociali, metodologia che avrebbe dovuto favorire l’industrializzazione del Mezzogiorno. In questo contesto viene discusso il cosiddetto “raddoppio di Taranto”.

A questo fine furono fatti approfonditi studi, soprattutto in Finsider. Il verdetto degli esperti fu che l’area di Taranto non era idonea al raddoppio della sua capacità produttiva. Il complesso produttivo ottimale era quello di Piombino. L’opinione dei tecnici era unanime.

Piombino avrebbe consentito un risparmio di costi di produzione rispetto a Taranto di circa 117 miliardi di lire nell’arco di venti anni (Fonte: “Storia dell’IRI” di Ranieri_Russosillo Editori Laterza).

L’ipotesi Taranto, quindi, comportava un elevato “sovracosto gestionale.” In un’area a scarsa tradizione industriale veniva realizzato un impianto molto complesso sia a livello di produzione, sia di gestione. Gli impianti si trovavano localizzati in un’area geograficamente svantaggiata rispetto a quelle dei concorrenti rispetto ai principali centri di consumo. Nell’attuazione del piano emerse un gap tecnologico e manageriale che impedì la piena realizzazione del progetto iniziale; inoltre, un’intensa conflittualità operaia rese più difficile il rispetto dei tempi programmati con un elevato aggravio di costi.

Dunque, la scelta dell’IRI, o meglio del Governo, fu Taranto. Così si ebbe la fine della crescita efficiente della siderurgia pubblica per iniziare la fase dei “costi impropri” sostenuti per ragioni di socialità nel Sud.

Si ha, così, l’imputazione all’impresa di una struttura di costi “inquinati” da componenti improprie, che hanno determinato un’accumulazione crescente di perdite, un ammontare  insopportabile anche per un gruppo come l’IRI.

Una volta “inquinata”, l’impresa non riesce più a trovare i corretti equilibri economici e finanziari.

L’Italsider ci prova diventando, nel 1988, Ilva al fine di liberarsi dei rami secchi: principalmente per alleggerirsi del personale in eccesso e per ristrutturare il debito. Il disegno fallì.

Nel 1992, con il governo Amato inizia il processo di privatizzazione, con l’illusione che il privato faccia il miracolo che non hanno fatto gli uomini del pubblico, dimenticando quanto contribuì il management pubblico al miracolo economico italiano.

Nell’ottica della politica meridionalista, lo Stato e gli Enti Locali dovrebbero avere un ruolo di realizzazione di investimenti in aree dove l’impresa non deve accollarsi oneri che non sono suoi. Alle istituzioni va dato, cioè, il compito di fare ciò che il mercato non fa: istruzione e capitale umano, ambiente, ricerca di base, infrastrutture digitali.

Lo Stato e gli Enti Locali possono essere, non solo nel Sud ma in tutto il territorio italiano, nuovi soggetti di una imprenditoria pubblica sinergica al mercato, e non di supplenza.

Per un’azienda inquinata da elevati costi impropri che opera sul libero mercato è decisamente difficile ottenere un margine lordo in grado di assorbire le diseconomie “politiche”. E così è stato per l’ILVA privata, un vero insuccesso.

Quale lezione si può trarre? In primo luogo non possono essere accollati all’impresa costi che derivano da politiche di sostegno sociale di competenza delle Istituzioni. In questi casi si auspica che lo Stato e l’imprenditoria, privata e pubblica, realizzino una sinergia tra loro. Per semplificare, nel caso ILVA, allo Stato spetta in proprio la politica di tutela ambientale mediante programmi specifici di investimenti, con chiare e precise responsabilità di risultati da parte dei managers pubblici. All’impresa, invece, l’efficienza e la competitività del mercato, per una complessiva politica di crescita economica e sociale e di tutela dei posti di lavoro.

Alla politica, infine, le azioni per l’uscita dalla cultura dell’assistenzialismo per percorrere anche a Taranto la via dell’imprenditoria globale più innovativa.

La vicenda ILVA merita, quindi, una riflessione ulteriore. Lo Stato può svolgere un ruolo attivo, non limitandosi all’erogazione di contributi in denaro come è stato in passato. Può esercitare un suo specifico ruolo, perchè al mercato non si può delegare la soluzione delle arretratezze istituzionali e sociali, accollandosi il rischio dei relativi investimenti. Non si facciano più riferimenti alla teoria e alla pratica dei costi impropri nelle imprese. Invece, ci sia una chiara assunzione delle distinte responsabilità tra Stato ed impresa.

Roberto Pertile