Stimolato dall’articolo di Marco Damilano sul Domani del 4 luglio 2022, dall’evocativo titolo “Il ritorno dei cattolici sul fronte dei diritti”, mi avvalgo dello spazio a disposizione per gettare una qualche luce su taluni aspetti della non certo nuova questione concernente l’impegno dei cattolici (italiani) in politica.

Inizio da una premessa che reputo rilevante ai fini presenti. Il nostro mondo occidentale si trova, oggi, nel bel mezzo di una grande transizione culturale, nota in letteratura come postmodernismo, i cui tratti salienti sono ampiamente noti. Per il cristianesimo, ciò rappresenta sia una “buona” sia una “cattiva” notizia. La prima è che il mondo post-moderno non può più assumere, come in passato, che la fede cristiana sia qualcosa di irrazionale, perché solo la filosofia e la scienza moderniste potevano ambire a quello status. La cattiva notizia – si fa per dire – è che il postmodernismo implica che le dispute tra cristiani, non credenti e portatori di altre prospettive religiose non possono trovare una soluzione definitiva, perché non vi sono ragioni cogenti per risolvere i disaccordi, data l’assenza di uno standard di valore da tutti accolto in grado di fungere da metacriterio di scelta. (Un punto questo già lucidamente intravisto nel secolo scorso dal celebre L. Wittgenstein). Cosa questo comporti, ai fini della presente riflessione, lo vedremo poco più avanti.

Con l’enciclica Fratelli tutti, papa Francesco affronta di petto, in modo diretto ed esplicito, la questione del rapporto tra cattolici e politica. Il capitolo V significativamente ha per titolo “La migliore politica” e al  paragrafo 171 si afferma, apertis verbis, che la politica deve liberarsi dal giogo dei poteri forti dell’economia e questa deve, a sua volta, liberarsi dal mito efficientista, dal momento che l’efficienza non è l’unico valore e tanto meno il valore più alto per il consorzio umano. L’efficienza è  mezzo importante finché si vuole, ma non fine unico dell’agire economico.

Parlare di politica significa parlare di potere. Due, però, sono le dimensioni del potere che vanno tenute distinte. Il potere come  influenza, il cui scopo è quello di incidere sui comportamenti dei cittadini, mediante l’educazione, la formazione politica, la propaganda. E’ questo il livello al quale si collocano le tante scuole di formazione socio-politica alimentate dalle diocesi, dall’associazionismo cattolico di cui è fortunatamente ben dotato il nostro paese. C’è poi il potere come potenza, la cui mira è quella di intervenire sulle cosiddette regole del gioco politico, cioè sull’assetto politico-istituzionale prevalente nel paese. Una missione del genere non può che essere portata a termine dai partiti politici, dal momento che, in democrazia, l’assetto istituzionale si può modificare solo nei parlamenti o dai governi, entità queste che costituiscono il campo proprio d’azione dei partiti, non certo delle associazioni o anche delle fondazioni.

Ebbene, nel corso dell’ultimo trentennio, entro il variegato mondo del nostro associazionismo cattolico si è andata imponendo una posizione a dir poco ingenua – per tacer d’altro. Quella secondo cui la responsabilità del cittadino cattolico si esaurirebbe nel momento dell’impegno nel “pre-politico” che – come sopra indicato – non varcherebbe la soglia del potere come influenza. Di qui il triste fenomeno ben descritto dall’adagio: “Cattolici presenti dappertutto, irrilevanti ovunque”. E pure la ormai supinamente accolta posizione dell’adiaforia etica, per la quale si rinuncia a prendere posizione nei confronti di certe questioni di grande valore, mentre si fanno battaglie, anche roventi, per altre questioni, pure dotate di grande valore. Assai opportunamente il card. Bassetti, tre anni fa, all’epoca presidente della CEI, ebbe a raccomandarsi, rivolgendosi al mondo cattolico, di ricucire la separazione tra “cattolici della morale e cattolici del sociale”. Quanto a dire che è priva di ogni fondamento la posizione di chi pensa che quando ci si occupa di questioni sociali (lavoro, discriminazioni, diseguaglianze, diritti sociali, ecc.), si possa prescindere dalla dimensione etica. O quest’ultima c’entrerebbe solo con le questioni di bioetica, di biodiritto, di famiglia, di educazione? Come si è potuto credere (e far credere) che la cifra dell’impegno politico dei cattolici si dovesse spendere solamente per la salvaguardia di certi valori e non anche di altri?

L’esito infausto di tale grave confusione di pensiero, a sua volta conseguenza della sfortunata tesi della diaspora – su cui mi sono soffermato in altra sede – non ha tardato a manifestarsi. Per un verso, il babelismo (per usare la felice espressione di J. Maritain) del mondo cattolico; per l’altro verso, il fatto che i cattolici sono spesso percepiti come una sorta di lobby a difesa di determinati obiettivi, e non invece come una comunità di persone portatrici di un progetto di trasformazione della società che trae il suo slancio vitale dai principi della Dottrina Sociale della Chiesa. Le lobby – di “destra” o di “sinistra” che siano – se possono ottenere vantaggi nella anticamera della politica, sono sempre perdenti nelle competizioni elettorali, per la semplice ragione che non sono in grado di organizzare i canali di trasmissione degli interessi della cittadinanza verso le forze politiche. In buona sostanza, il mondo cattolico italiano si è autoinflitto, nell’ultimo trentennio, una duplice avvilente illusione: quella di poter essere il lievito che entra nella pasta dei vari partiti per condizionarne, almeno in parte, i programmi; e quella di poter esercitare con successo il potere come influenza, prescindendo dal potere come potenza. Davvero pie illusioni.

Se le cose stanno – come ritengo che stiano – in questi termini, cosa si può dire guardando al futuro, anche prossimo, circa il compito proprio del mondo cattolico nell’arena politica? La risposta ci viene da un celebre brano del card. H. Newman, oggi beato: “E’ venuto il tempo in cui i cattolici, che vivono di fede, per essere tali devono difendere la ragione. E proprio la ragione ci dice che è venuto il tempo in cui i cattolici che vogliono vivere di più società, devono difendere la politica (Sic!),  però non una politica qualunque, ma quella della nostra convivenza civile”. E cosa chiede, oggi, “la nostra convivenza civile? Che si ponga mano, e in fretta, alla vexata quaestio della comunanza etica nella società del pluralismo, per riprendere il titolo di un recente importante scritto di F. Viola. In breve, si tratta di questo. Il pluralismo contemporaneo per definizione rifiuta l’idea di un’etica comune. Al tempo stesso, però, la vita associata – e soprattutto la politica – esige una comunanza (la koinotes di cui ha scritto Aristotele) fondata su principi etici se non vuole ridursi a mero proceduralismo. In assenza di comunanza, ci si rifugia nel relativismo, nella convinzione errata che il metodo dello svincolo (avoidance) sia l’unica strada percorribile per evitare il conflitto e assicurare così una parvenza di pace sociale. Che si tratti di pericoloso errore dovrebbe essere chiaro a tutti.

Ebbene, la ricerca di una via attenta al rispetto del pluralismo  etico e al tempo stesso capace di suggerire una comunanza etica significativa è la grande missione del mondo cattolico in questo tempo. Una società del pluralismo non può certo essere sorretta da un’etica univoca, ma può aspirare ad una inter-etica generata dall’incontro di quelle varietà culturali che abitano la stessa vita pubblica. Invero, la comunanza che si cerca non può essere né quella propria di una comunità culturale, né quella propria di una comunità religiosa – mai si dimentichi che è con il Cristianesimo che storicamente si afferma il principio di laicità – ma quella di una comunità politica. Il compito specifico di quest’ultima è quello di far convivere, in vista del bene comune, portatori di visioni diverse.

E’ culturalmente attrezzato il nostro mondo cattolico per una missione del genere? Penso proprio di sì, purché lo si voglia. Recita un proverbio tibetano che quando c’è un grande traguardo, anche il deserto diventa una strada. Se il grande traguardo significa riportare la categoria di Bene comune al centro dell’agenda politica, il deserto dell’attuale crisi può diventare una grande opportunità. Ad una condizione: che mai ci si dimentichi della sorgente. La quale è né solo origine, né solo inizio. Origine e inizio si possono anche dimenticare con il passare del tempo, ma non ci si può dimenticare della sorgente, perché da essa lo zampillo d’acqua fuoriesce in modo continuo!

Stefano Zamagni

 

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